ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI FILOSOFICI

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Gerardo Marotta
Presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici

"Il filosofo e la guerra"

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  • Prof. Marotta, da più parti si sente di nuovo parlare di "tramonto dell'Occidente". Come descriverebbe la situazione che caratterizza l'Occidente nell'epoca presente, e il ruolo del filosofo nel contesto di essa? (1)
  • Quali nodi della storia dell'umanità, e dell'Occidente più in particolare, il filosofo, in quanto storico pensante, dovrebbe oggi prendere ad oggetto della sua meditazione? C'è, secondo lei, un tema di riflessione per così dire privilegiato? (2)
  • Vorrebbe dare un saggio di questa considerazione pensante della storia che lei propone, soffermandosi magari proprio sull'evento della scoperta del Nuovo Mondo? (3)

 

1 - Prof. Marotta, da più parti si sente di nuovo parlare di "tramonto dell'Occidente". Come descriverebbe la situazione che caratterizza l'Occidente nell'epoca presente, e il ruolo del filosofo nel contesto di essa?

Abbiamo sentito dal Professor Gadamer e da Eugenio Garin che siamo di fronte non ad una catastrofe circoscritta, ma di fronte al pericolo della stessa sopravvivenza dell'umanità. E' in questione addirittura il perpetuarsi della specie umana. Siamo di fronte a una via senza sbocchi - ci dicono i due pensatori che abbiamo ascoltato -, e Dahrendorf conclude che è in pericolo la stessa libertà, la stessa democrazia, in quanto gli uomini di fronte alla catastrofe incombente non prendono provvedimenti, non reagiscono se non dopo aver sperimentato i danni; assistiamo, quindi, a un piatto positivismo, a un piatto naturalismo. Sembra quasi di sentire il grande filosofo Husserl, che diceva che l'Europa, che è nata dalla creatività dello spirito umano, sembra decadere in un naturalismo che significa proprio la decadenza e il tramonto dell'Europa. Che più? C'è una pesante accusa del filosofo Gadamer, che afferma che il solo dio riconosciuto oggi nel mondo è il danaro, il profitto, l'economia. I valori grandi che la cultura umana ha espresso sono trascurati. E allora sorge spontaneo chiedersi: qual'è il vero compito del filosofo oggi, cioè del vero uomo di cultura, di fronte alla guerra, di fronte alla guerra delle armi e di fronte alla catastrofe ecologica? Noi pensiamo che la risposta a questo grande interrogativo, è una risposta che deve un po' differire da quella data da Gadamer, il quale, alla domanda se l'uomo di cultura può fare qualcosa di fronte alla guerra, di fronte alla catastrofe, risponde: niente, niente, niente. Noi invece pensiamo, sposando la tesi anche di altri pensatori, pensatori come Federico Chabod, nostro maestro, che il compito dei veri uomini di cultura, il compito dei filosofi, è quello di riproporre continuamente agli uomini la memoria storica; perché il filosofo è, per sua vocazione, uno storico pensante, cioè il suo pensiero deve continuamente far riferimento a tutta la storia dell'umanità e al presente del dramma che vive l'umanità.

2 - Quali nodi della storia dell'umanità, e dell'Occidente più in particolare, il filosofo, in quanto storico pensante, dovrebbe oggi prendere ad oggetto della sua meditazione? C'è, secondo lei, un tema di riflessione per così dire privilegiato?

Il filosofo, in questo momento così tragico, in questo momento così veramente critico della civiltà europea, della storia d'Europa deve comprendere che bisogna far riferimento a quelle che sono le radici degli attuali malanni, a quella che è l'origine dell'attuale situazione di perdita della spiritualità per l'Europa; e queste origini, queste scaturigini stanno appunto nelle guerre di conquista, nel saccheggio, nello spirito di rapina che è cominciato, per l' Europa, con la conquista del Nuovo Mondo. Quest'anno siamo alla vigilia delle celebrazioni dell'anniversario della scoperta dell'America. Ebbene sembra quasi difficile, quasi un compito insormontabile quello di far comprendere alla coscienza comune che significato ha avuto per l'Europa, per i destini dell'Europa, la conquista del Nuovo Mondo.

3 - Vorrebbe dare un saggio di questa considerazione pensante della storia che lei propone, soffermandosi magari proprio sull'evento della scoperta del Nuovo Mondo?

Gli storici stessi trascurano o sottovalutano questo avvenimento; abbiamo però in Italia una letteratura abbastanza ricca su questo argomento, e soprattutto c'è il libro: "Storia dell'idea di Europa" di Federico Chabod, e poi un altro libro interessantissimo, di Rosario Romeo, che riecheggia appunto il suo maestro in queste ricerche e in questi giudizi. Ebbene Federico Chabod dice che, se si vuole intendere veramente la storia dell'Europa, il destino dell'Europa, l'idea stessa dell'Europa, bisogna prima di tutto far riferimento a quelle che sono state le critiche ferme dei filosofi e dei veri uomini di cultura al concetto d'Europa. La qual cosa non è antieuropeismo, ma è un criticare da parte di coloro che amano profondamente l'Europa e la dovrebbero portare a vita più alta. E attraverso la critica, attraverso la condanna dei vizi dell'Europa, essi cercano di portare a una nuova coscienza l'Europa, di far rivivere i valori perduti e di riproporre i grandi ideali. Quindi la critica deve essere ferma, la critica deve essere circostanziata, la critica deve essere ai fatti storici, come uno storico pensante, cioè un vero filosofo, deve fare. Che cosa è stata per l'Europa la conquista del Nuovo Mondo? E' stata, come doveva e come poteva essere, un incontro di civiltà che, certamente, sarebbe stato fruttuoso di grandi eventi sul piano della civiltà e sul piano del pensiero? E in realtà. invece di portare l'Europa verso il positivismo gretto, verso il naturalismo, come dice Husserl, poteva portare l'Europa verso le alte conquiste dello spirito umano, verso un più altro livello dei costumi, verso le alte vette di creatività. Ebbene, invece, non fu, quello della conquista del Nuovo Mondo, un incontro di civiltà, ma fu un genocidio. Gli Europei, quando videro queste grandiose civiltà, questi templi rutilanti d'oro, queste città belle come Siviglia, più belle di Venezia; questi Europei si scagliarono contro le popolazioni perpetrando una carneficina che si perpetuò per secoli, una carneficina che portò, nel Cinquecento, a cento milioni di uomini morti: uomini donne e bambini, uccisi crudelmente, seviziati crudelmente. E poi il saccheggio dell'oro: meravigliose sculture che ornavano queste città, tutte d'oro, rutilanti d'oro, trasformate in vili lingotti per mandarle in Spagna, in Portogallo, oggetto di rapina da parte dei banchieri tedeschi -i Walser - e di altri banchieri europei, che si posero in gara con gli Spagnoli e con i Portoghesi per ottenere "encomiendas", concessioni da Papi e Imperatori. Ebbene, di fronte alla rovina del Nuovo Mondo, di fronte al saccheggio e al genocidio nel Nuovo Mondo, s'alza forte l'appello dei grandi Umanisti dell'epoca: si schierano contro il genocidio Montaigne, Erasmo, Paracelso. "Possano le vostre navi diventare di pietra e affondare, prima di arrivare alle rive di questi Paesi così civili" - dice Paracelso. E Montaigne descrive queste civiltà raffinate nello spirito, anche se inferiori nelle armi, infinitamente inferiori alla tecnologia europea; Montaigne parla di "victoire mécanique", e quindi fin da allora si vede come gli Europei sono ormai portatori di tecnologia nelle armi e non di quella dignità, di quella civiltà e di quella gentilezza di costumi, che trovano in quei popoli che essi vanno ad offendere, in quei popoli raffinatissimi, come gli Atzechi e gli Incas, che vengono martoriati, ridotti in schiavitù, mandati giù nelle miniere a lavorare per trovare altro oro, altro oro che serva a questi "mangiatori d'oro", come chiamavano gli Europei gli abitanti di quei Paesi. Altro oro, altro oro... e muoiono nelle ire, muoiono nel saccheggio, muoiono nel genocidio cento milioni di uomini. E allora bisogna andare a prendere altra mano d'opera sulle sponde dell'Africa occidentale per portarla nel Nuovo Mondo, e trenta milioni di negri muoiono nella tratta degli schiavi. Ecco che comincia a snodarsi un calvario per l'umanità causato dallo spirito di rapina, dal saccheggio, dal genocidio di cui sono portatori gli Europei. Questa è la verità storica, che nelle scuole non si insegna, che sembra un racconto strano, che sembra un racconto quasi tormentoso, fastidioso. Sembrano racconti esotici, perché della conquista del Nuovo Mondo si parla solo sotto la forma di scoperta dell'America; e noi infatti qui in Europa abbiamo preparato le celebrazioni per la scoperta del Nuovo Mondo come scoperta dell'America, come scoperta, non come conquista, del Nuovo Mondo. Anche questo è un errore grave perché, ancora una volta, rimuove la verità che Gadamer ha sottolineato, che, cioè, gli Europei, col trionfo dello spirito di rapina sullo spirito mercantile e sui veri valori della cultura europea, con la sconfitta dell'Umanesimo e del Cristianesimo, hanno scelto un solo dio - l'unico dio, dice Gadamer, che è veramente riconosciuto -, ed è il danaro, il dio Danaro. Questo è il cuore della critica che l'Umanesimo fa all'Europa e che poi viene proseguita negli Illuministi francesi, napoletani e milanesi. Noi vediamo Raynal, Diderot, Voltaire, Beccaria, Paolo Mattia Doria, Galiani, Genovesi, Giuseppe Maria Galanti e il grande Filangieri, che condannano l'Europa che sfrutta il Nuovo Mondo e le Americhe per poter vivere nel lusso, senza considerare le vittime di questo lusso, che sono i popoli asserviti, sottomessi a colpi di cannone. E' l'Europa superiore nella tecnologia, che diventa invincibile e piega a sé tutti i popoli e non solo con le armi, ma anche con armi che ricordano le armi chimiche di oggi: con l'oppio. E' il funzionario governativo della Cina, che scrive alla regina Vittoria e dice: "una grande regina dovrebbe stare attenta a che il suo governo non commetta dei misfatti così atroci come l'Inghilterra sta commettendo verso la Cina. Essa, producendo oppio nel Bengala, lo esporta in Cina, dove, anzi, impone questa esportazione con i cannoni; e, con l'oppio, ha messo in ginocchio la burocrazia e le giovani generazioni". Non è questo il modo di avvicinarsi agli altri popoli per saccheggiarli, perché tutto il bilancio dello Stato cinese non bastava a pagare l'oppio degli Inglesi, che assorbirono anche tutte le riserve d'argento della Cina. Questa fame insaziabile, questa habendi rabies dell'Europa è la condanna stessa dell'Europa, perché nel mentre l'Europa faceva violenza - e la violenza attira altra violenza - essa disperdeva la propria coscienza storica e disperdeva la propria spiritualità. E' degli anni '30 il libro di Huizinga sulla "Crisi della civiltà", in cui viene spiegato come nell'Europa, che era universale quando era l'Europa cristiana, poi subentra un altro spirito, subentra uno spirito naturalistico, e l'Europa decade e assiste al tramonto di se stessa, al tramonto della propria coscienza storica. E allora, se questa trasmissione è dedicata al filosofo e alla guerra, mi sembra che anche gli attuali momenti tragici che vive l'umanità sono da riguardarsi attraverso questo profondo esame di coscienza che l'Europa deve fare. E il compito degli uomini di cultura e dei filosofi è proprio quello di condurre per mano, come storici pensanti, all'esame critico di quello che è stata la storia europea ,e di ricercare quali siano le radici, le cause, del fatto che oggi ci troviamo impegnati in una guerra con le civiltà orientali. E' tutto il contrario di quello che è l'insegnamento di Gadamer e degli altri filosofi del nostro secolo e del secolo precedente, e, inoltre, della letteratura. Cioè l'Europa per salvare se stessa, per poter andare avanti, per salvarsi dalla catastrofe imminente - come diceva Einstein -, ha bisogno di nuovi valori, di nuove categorie mentali, di nuove categorie di pensiero, che possono scaturire semplicemente da un accostamento, da un incontro, da un intrecciarsi dei valori e dei concetti della civiltà occidentale con quelli delle civiltà orientali. Senza quell' interesse contemplativo delle civiltà orientali; senza quel disinteresse per la corsa all'oro, per la corsa estenuante, rapida ai profitti delle civiltà orientali; senza un incontro con altri costumi più gentili e meno rabbiosi, meno vorticosi nell'inseguire insaziabilmente il profitto, la fortuna, il successo, l'arricchimento, non c'è speranza per l'umanità. Quindi le nuove categorie di pensiero, i nuovi valori, le nuove categorie concettuali debbono scaturire da un incontro di civiltà; questo è quello che insegna la cultura europea, dall'Umanesimo all'Illuminismo, alla letteratura romantica, alla letteratura del primo Novecento. Pensiamo a Hermann Hesse e a tutta la sua famiglia, che spendono una vita per scrivere libri e per incitare alla conoscenza della civiltà indiana e della civiltà cinese. Pensiamo allo sforzo fatto, anche in tempi recenti, dal "Collège de France", che ha dato una scuola altissima per la conoscenza delle civiltà orientali. Ma l'Europa è ancora sorda a questo insegnamento, si mostra refrattaria, continua nella sua corsa al profitto, al successo, all'arricchimento. E l'Europa e la sua propaggine, che sono gli Stati Uniti d'America, si sono trasformati oggi in grandi trafficanti d'armi. Il commercio delle armi è il frutto - dice Gadamer - proprio di quel liberalismo economico che, a un certo punto, fa sì di lasciare la libertà a tutti gli imprenditori di costruire armi, di trafficare con le armi, di vendere le armi a tutto il mondo.

Abstract:
Il professor Marotta è consapevole della decadenza che caratterizza l'Occidente e intende denunciarla come il male attuale che i filosofi devono riuscire a sanare. La crisi del mondo occidentale è stata diagnosticata, con prospettive diverse, da filosofi come Garin, Dahrendorf e Gadamer. Mentre Gadamer non vede vie di scampo in quanto l'Occidente è intimamente legato al profitto, al denaro, Marotta crede nella possibilità di uscire da questa situazione grazie all'intervento dei filosofi, degli intellettuali, il cui compito deve essere intellettuale quello di riproporre agli uomini la memoria storica . Il filosofo, in questo momento di crisi della civiltà europea, dovrebbe individuare le radici storiche degli "attuali malanni", delle guerre, dello spirito di saccheggio e della esclusiva devozione al denaro: tali radici hanno una loro origine nella conquista europea del Nuovo Mondo . Tale vento ha completamente sconvolto il modo di pensare del mondo europeo cristianizzato: anziché vedere nella scoperta dell'America l'occasione di un confronto con culture raffinate e diverse dalla propria, gli Europei hanno sistematicamente attuato una conquista, con relativo assoggettamento e successivo genocidio degli indigeni, sottomessi grazie all'avanzata tecnologia bellica dei colonizzatori. La ricerca sfrenata dell'oro, a cui si richiama un'enorme serie di interessi economici e finanziari da parte dei vari Paesi europei, determinarono inizialmente la schiavizzazione degli indios, quindi alla necessità di ricorrere alla tratta degli schiavi provenienti dall'Africa. In tal modo gli Europei hanno aggiunto scempio allo scempio, perdendo completamente di vista ogni valore presente nella secolare tradizione culturale continentale . Dalla scoperta dell'America sino alla produzione letteraria europea del '900, gli intellettuali hanno condannato questa condotta dell'Europa, invincibile grazie alla sua avanzata tecnologia bellica e in grado di ricorrere a mezzi subdoli, come quello denunciato alla regina Vittoria da un funzionario cinese. L'Europa ha il dovere di confrontarsi con se stessa per liberarsi questo spirito naturalistico che ha determinato un crescente ricorso alla violenza: il filosofo, l'uomo di cultura, ha l'obbligo di condurre per mano il mondo occidentale lungo questa strada di recupero dei propri valori originari già presenti nella tradizione umanista e in quella illuminista . fondamentale reimpostare il rapporto con le "culture altre", basandosi sull'esigenza europea di nuovi valori .

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