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Diario della crisi

È possibile trovare le parole per esprimere lo smarrimento che proviamo, in questa sospensione del tempo attraversata da vertiginosi cambiamenti? Per dare voce all'esperienza della separazione dai nostri prossimi, che pure ci accomuna a tutti gli abitanti del pianeta? Per restituire le domande che ci poniamo, immersi in una sfera cognitiva dissonante, con la sensazione che ci sveglieremo da questo incubo in un mondo trasformato e da trasformare? Proviamo a trovare insieme queste parole.

Antonio Di Meo - Il sottosuolo della storia

6 aprile 2020

  1. Parte della letteratura italiana è innestata nelle epidemie. Di peste – la celebre e terribile peste nera del XIV secolo e nella quale morirà Laura, la donna di Francesco Petrarca – scrive il Decamerone (1349-1351?) di Giovanni Boccaccio. Quella seicentesca del 1629-1631 nel Ducato di Milano ha un ruolo centrale nei Promessi sposi (1842) di Alessandro Manzoni. Cioè nel più importante romanzo in lingua italiana dell’Ottocento. 

Durante una epidemia di un'altra malattia epidemica e pandemica, il colera, morirà nel giugno del 1837 Giacomo Leopardi subito dopo aver elaborato i suoi ultimi versi de Il tramonto della luna (1836) e de La ginestra o Il fiore del deserto (1836). Così il poeta scriveva al padre Monaldo tre mesi prima di morire nel marzo del 1837 Leopardi, ritornato a Napoli da Torre del Greco:

Io grazie a Dio sono salvo dal cholèra, ma a gran costo. Dopo aver passato in campagna più mesi tra incredibili agonie, correndo ciascun giorno sei pericoli di vita ben contati, imminenti, e realizzabili di ora in ora; […] il cholèra oltre che è attualmente in vigore in più altre parti del regno, non è mai cessato neppure a Napoli, essendovi ogni giorno, o quasi ogni giorno, de' casi, che il governo cerca di nascondere. Anzi in questi ultimi giorni tali casi paiono moltiplicati, e più e più medici predicono il ritorno del contagio in primavera o in estate, ritorno che anche a me pare assai naturale, perchè la malattia non ha avuto sfogo ordinario, forse a causa della stagione fredda.

La presenza del colera, del resto, in Italia durerà quasi fino ai giorni nostri, in forma episodica, mentre soprattutto nel Terzo Mondo è talvolta ancora molto diffusa. Nel XIX secolo, per esempio, era un fatto corrente nei carteggi degli scienziati italiani domandarsi l’un l’altro come stava andando la diffusione del colera nelle rispettive città di residenza. In effetti il colera dilagò in diverse città europee generando sette pandemie nel corso del XIX secolo. Sei di queste giunsero anche in Italia: 1835-1837, 1849, 1854-1855, 1865-1867, 1884-1886 e 1893. L’epidemia del 1884 colpì  tragicamente Napoli, con un numero enorme di contagiati e di deceduti, e trovò nell’opera di Matilde Serao, Il ventre di Napoli  (1884), una dettagliata denuncia dello stato di degrado urbano e di miseria del popolo minuto napoletano, causa prima delle condizioni igieniche e sociali che provocavano in genere e anche in questa città la emergenza e la diffusione della malattia. Fra i protagonisti della lotta al vibrione colerico vi fu il medico, psichiatra e letterato cosmopolita, amante dell’Isola di Capri, lo svedese Axel Munthe, autore di una celebre autobiografia (La storia di San Michele, 1929), che scrisse lettere sulla situazione napoletana durante l’epidemia e inviate al giornale svedese, “Stockholms Dagblatt”. Esse vennero poi pubblicate in unico volumetto nel 1885: Fran Neapel Resebref (Da Napoli corrispondenze di viaggio) e successivamente in inglese e tradotte solo da pochi anni in italiano in un volume dal titolo La città dolente (2004-2012). 

Coloro, fra di noi, che sono nati fino alla metà del Novecento portano nel braccio sinistro, in alto, una piccola cicatrice, segno della vaccinazione contro il vaiolo, un’altra terribile malattia infettiva epidemica ed endemica di antichissima origine. In tutto il mondo conosciuto per secoli il vaiolo divenne una delle più importanti cause di morbilità e mortalità; solo da pochi anni (1980) è stata completamente eradicata grazie alle vaccinazioni di massa, soprattutto a partire da quelle che utilizzavano le ricerche di Edward Jenner (1796). Così come molti di noi avranno sentito dai loro padri o dai loro nonni, l’eco della grande epidemia della grande influenza detta “spagnola”, ma probabilmente originatasi negli USA, e che colpì il mondo intero fra il 1918 e il 1919 facendo un numero impressionante di vittime: la stima va da circa 50 fino a circa 100 milioni su 500 milioni di contagiati e su una popolazione mondiale di 2 miliardi di persone. In Italia i morti furono circa 500.000, quasi come i caduti nella guerra mondiale allora in corso.  

La parola quarantena, ora di nuovo diffusa come pratica profilattica, prende appunto origine dall'isolamento di 40 giorni che veniva imposto agli equipaggi delle navi come misura di prevenzione contro le malattie che imperversavano nel XIV secolo, fra cui la già citata peste. Altre malattie si prestarono alla pratica della quarantena fino ad entrare nel linguaggio comune con significati meno rigorosi o figurati. Per altro la quarantena era l’unico modo per combattere la diffusione delle epidemie, ma essa lo è ancora nei nostri tempi – anche se le cure mediche antibatteriche e antivirali e le vaccinazioni svolgono ora un ruolo decisivo insieme alle misure igienico-sanitarie.   

  1. La breve e schematica rassegna appena delineata sopra ha l’intenzione di rendere chiaro ed esplicito come noi contemporanei, italiani, siamo in possesso – per il passato e per il presente – di numerosi indizi sul fatto che le epidemie o le pandemie o comunque le malattie infettive fanno parte – e in maniera costitutiva – della storia umana; di quello che si potrebbe definire il suo sottosuolo rispetto alle sue forme politiche, sociali, culturali, religiose, militari ecc. I vari piani sono tuttavia comunicanti e interagenti anche se spesso le storie narrate si sono limitate (e si limitano ancora) – salvo eccezioni  anche rilevanti – agli aspetti più decisivi di quelli “superiori”. Per esempio nelle vicende della conquista del continente americano da parte degli europei a partire dalla fine del XV secolo un ruolo decisivo lo ebbe quello che è stato chiamato lo “scambio colombiano” (A. W. Crosby, 1972) ossia uno scambio molto ampio di animali, di piante, di cultura e di tecniche e di rapporti sociali fra il Vecchio e il Nuovo mondo iniziato con i viaggi di Cristoforo Colombo verso le Americhe. Esso è stato uno dei più significativi eventi relativi all'ecologia, all'agricoltura e alla cultura di tutta la storia umana, che ha provocato un significativo balzo in avanti nella globalizzazione storica del mondo, che, come tutte le altre precedenti e successive, è stata anche altamente drammatica, conflittuale per gli esseri umani e per l’ambiente. Ma la conquista del Nuovo Mondo è stata anche accompagnata, seguita e favorita da una decimazione impressionante dei popoli amerindi, dovuta alle malattie infettive ivi importate dai colonizzatori europei: peste bubbonica, varicella, colera, influenza, lebbra, malaria, morbillo, scarlattina, vaiolo, febbre tifoide, tifo, febbre gialla, framboesia. I navigatori di Colombo riportarono in Europa un’unica malattia (ma la cosa è controversa): la sifilide, detta anche morbo gallico o mal francese, che ben presto si diffuse nel resto del mondo. Anch’essa argomento di un ampio trattamento letterario, essendo la sua trasmissione legata ai rapporti sessuali. 
  2. Una superficiale e spensierata cultura europea e italiana da belle époque, accompagnata da un eccessivo ottimismo sulle tecnologie emergenti, ha condotto molti ceti dirigenti ma anche popolari a trascurare ciò che stava avvenendo durante questo nostro nuovo livello di globalizzazione del mondo: conflitti interstatali sempre più diffusi e acuti; migrazioni di massa; divaricazione massima fra i ceti più ricchi e quelli più poveri; ritorno di fiamma di rinnovate ideologie razzistiche e fascistiche; diffusioni circoscritte di nuove malattie. La movida ha sostituito il precedente incontro al café parisien. Perché questa cecità? Perché questa fortissima tendenza al godimento spesso volgare, individuale ed egoistico? Esse sono il frutto di una strategia  già segnalata da Alexis de Tocqueville da parte di un potere tendente a fissare i cittadini nella loro infanzia, alla loro perenne infantilizzazione. Tale potere che «vuole che i cittadini se la godano. Lavora volentieri alla loro felicità, ma vuol essere di questi l’unico agente e il solo arbitro».  Come non riconoscere in tutto questo gran parte della storia italiana più recente? 

Senonché un evento, imprevisto, ma come si è detto non raro, ossia l’epidemia da COVID-19 col suo seguito di malati e di morti fa scricchiolare con il suo andamento imprevedibile l’intera costruzione della neo-modernità italiana e mondiale, e della sua ideologia, e proprio nei territori dove più aveva attecchito. È bastato un virus, ossia una piccolissima particella di DNA racchiusa in un contenitore proteico, di dimensioni submicroscopiche, a costringere governi e istituzioni mondiali a stabilire provvedimenti per i vari settori dell’economia, della fruizione della istruzione e della cultura. A rivelare come il sottosuolo della storia umana sia sempre attivo e operante. Basta che si creino – anche o soprattutto involontariamente – le condizioni per rivelarsi. A far comprendere agli uomini la loro strutturale fragilità e contingenza e la necessità di un concorso solidale per poter far fronte al pericolo. Di qui una parziale riscoperta della dimensione pubblica e non egoistica del vivere umano. Tuttavia – pur in questo contesto – le reazioni possono essere smodate, come nel caso dell’uso di una terminologia guerresca per delineare i decorsi di una epidemia e dei tentativi di limitarla o impedirla. La retorica della guerra al virus o al batterio (anche se frequente nella medicina contemporanea) tende ad occultare il fatto che il “nemico” agisce secondo la sua natura in maniera non intenzionale, senza una strategia razionale, così come, in prima istanza, in maniera naturale reagisce l’organismo umano col suo sistema immunitario. Ma permane ancora la reazione egoistica e utilitaria così ben descritta nel VII dei Pensieri di Leopardi: 

Havvi, cosa strana a dirsi, un disprezzo della morte e un coraggio più abbietto e più disprezzabile che la paura: ed è quello de’ negozianti ed altri uomini dediti a far danari, che spessissime volte, per guadagni anche minimi, e per sordidi risparmi, ostinatamente ricusano cautele e provvidenze necessarie alla loro conservazione, e si mettono a pericoli estremi, dove non di rado, eroi vili, periscono con morte vituperata. Di quest’obbrobrioso coraggio si sono veduti esempi insigni, non senza seguirne danni e stragi de’ popoli innocenti, nell’occasione della peste, chiamata più volentieri cholera morbus, che ha flagellata la specie umana in questi ultimi anni. 

Leopardi, dunque, descrive lucidamente il carattere affaristico del capitalismo, che pone la logica del profitto davanti a quella della vita stessa. 


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