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Diario della crisi

È possibile trovare le parole per esprimere lo smarrimento che proviamo, in questa sospensione del tempo attraversata da vertiginosi cambiamenti? Per dare voce all'esperienza della separazione dai nostri prossimi, che pure ci accomuna a tutti gli abitanti del pianeta? Per restituire le domande che ci poniamo, immersi in una sfera cognitiva dissonante, con la sensazione che ci sveglieremo da questo incubo in un mondo trasformato e da trasformare? Proviamo a trovare insieme queste parole.

Bruno Moroncini - Il virus, il reale e l'angoscia

26 marzo 2020

Ancora una volta la natura, come sapeva Leopardi, si rivela matrigna. Proprio quando ci eravamo convinti di tenerla in pugno attraverso il sapere scientifico e la tecnologia che ne discende, ha fatto la mossa del cavallo, ha scartato e ci ha lasciato in braghe di tela. La natura selvaggia, quella che confina col reale (uso il termine nell’accezione di Lacan) ha rotto gli argini, è tracimata e, in un sol colpo, ha spazzato via le vecchie forme di vita che ci sembravano immutabili. 
Che cos’è il reale?   Non necessariamente o solo la natura. Reale è tutto ciò che, mancando di una rappresentazione psichica adeguata, sfugge per principio alla resa significante e non può essere lavorato attraverso lo spostamento metonimico e il salto di registro metaforico: se, per esempio,  si potesse mettere al posto del corona-virus un’altra cosa come la parte per il tutto o addirittura trasportarlo in un’altra regione dell’esperienza, già sarebbe meglio, incominceremmo ad avere le parole per dirlo, riceverebbe un posto nel nostro apparato psichico e nei discorsi collettivi. Per questo ben vengano le metafore, anche se possono risultare inadeguate come quella della guerra: è sempre meglio che restare muti.
Quando, infatti, il reale irrompe nella nostra esistenza, senza più quegli schermi immaginari che di solito usiamo per proteggerci, l’effetto è da togliere il fiato e con esso la parola. Ci afferra, come dice Aldo Masullo, lo sgomento. E forse, mi permetto di aggiungere, qualcosa di più: l’angoscia. La quale è quell’affetto in cui sprofondiamo quando ci sentiamo ridotti al solo corpo, alla mera vita biologica - la mera vita di cui parla Benjamin -, alla semplice determinazione naturale (è quello che Levinas nel 1933 rimproverava alla filosofia nazionalsocialista, ossia a Heidegger). Non più vita formata o vita signata, solo vita, disperatamente vita.
Forse rispetto ad una concezione classica, più volte ripetuta, in base a cui la paura ha un oggetto mentre l’angoscia è indeterminata, è utile la correzione di Lacan: a veder meglio l’angoscia non è senza oggetto. E infatti l’oggetto dell’angoscia è un oggetto strano, un oggetto senza immagine, un oggetto che non si riflette nello specchio, col quale è impossibile identificarci per rendercelo infine familiare. L’oggetto dell’angoscia è un oggetto perturbante, ossia non solo tale perché un tempo familiare, poi respinto, ed ora che ritorna percepito come estraneo, ma soprattutto un oggetto inanimato - la bambola meccanica del racconto di Hoffman - che imitando il vivente   a perfezione inganna lo sguardo innamorato. L’angoscia subentra quando il caldo oggetto del nostro desiderio - la fanciulla-ballerina - si rivela un freddo meccanismo, un inanimato automa. 
Niente come il virus è più adatto ad incarnare il perturbante. Come si sa – ormai lo sanno tutti -   il virus non è un organismo vivente, non è fatto di cellule; il virus è un composto chimico che per riprodursi ha bisogno di parassitare qualcosa di vivente, generalmente l’animale e in qualche caso l’uomo. Tanto è vero che per indicare il momento in cui il virus non è più pericoloso, ha perso cioè la capacità di contagiare, non si dice che è morto, ma che è diventato inattivo. Il virus di per sé non vive, per farlo ha bisogno del vivente. Quindi il virus è un inanimato che finge, che mima, la vita: sembra fatto apposta per occupare il posto dell’oggetto perturbante e gettarci nell’angoscia.
Come si replica all’angoscia? Quali provvedimenti prendere? Che fare? Non invento niente: le posture sono quelle di sempre. Ne indico due, una cattiva e una buona. La prima è quella che designerei come il dispositivo gnostico o, per parlare moderno, la psicosi paranoica. La più grande ed estesa eresia anticristiana sebbene nata nel suo seno e contro la quale si schierarono tutti i padri della chiesa, è in fondo una risposta semplice a un problema complesso. Ormai tutti crediamo che il mondo e noi con esso siamo stati creati, voluti da un essere supremo dotato di volontà e mosso dall’amore. Ma dal momento che vediamo che nel mondo ed in noi c’è il male – fisico, morale e metafisico – e ci sembra blasfemo incolparne il creatore (vorrebbe dire non solo che non è buono e perfetto come vuole far credere ma anche che il male ce lo dobbiamo tenere per l’eternità. Come dire: oltre al danno anche la beffa!), ricorriamo ad un trucco: il mondo non l’ha creato Dio ma un usurpatore, il dio del Genesi, un truffatore, un falsario, un ingannatore, un principio del male che, come Claudio il vecchio Amleto, ha spodestato il legittimo re e si è messo al suo posto. Chiamatelo un po’ come volete questo vecchio Dio del Genesi - capitalismo, ebrei, scienziati pazzi o prezzolati, vecchi sadici e sporcaccioni, complottisti d’ogni genere -, le cose non cambiano. Chi si convince dell’esistenza del demiurgo - il grande vecchio, i poteri forti, etc. – vive, non dico bene – la possibilità  della crisi conclamata, del delirio di persecuzione in atto, delle allucinazioni, è sempre forte -, ma, fin che va, in modo compensato: almeno il carattere ambiguo, chiaroscurale, della vita, non lo assilla più, è pieno di certezze, non ha dubbi, vede con chiarezza e distinzione il vero, mentre gli altri brancolano nel buio.
La seconda è quella classica della rimozione, ossia fare del virus un sintomo. Dal momento che quest’ultimo ha come due facce o bordi, da un lato è sprofondato nel reale, dall’alto è tramato di linguaggio, fare del virus un sintomo vorrebbe dirlo restituirlo almeno in parte alla parola, smussarne il carattere angoscioso. Se si sta alla tarda teoria freudiana dell’angoscia per cui quest’ultima non è l’effetto di una rimozione non riuscita, ma al contrario ciò che spinge l’apparato psichico a produrla, la procedura sembra appunto questa: dall’angoscia al sintomo. Ma passando per che? Qual è l’anello intermedio fra l’angoscia e il sintomo? La paura. Vale a dire la costruzione del luogo della fobia. Non il ricorso alla patologia fobica che aggraverebbe il problema, inchiodando il soggetto alla puntualità inestesa della sua paura pronta a trasformarsi in panico, in attacco di angoscia, ma una spazializzazione, una trasformazione della paura in estensione psichica, all’interno della quale  trovano posto, ciascuno il suo, l’oggetto perturbante dell’angoscia, il soggetto impegnato a simboleggiarlo, e la barriera, la linea che deve tenerli separati e allo stesso tempo metterli in comunicazione. Attraverso la costruzione del luogo della fobia l’oggetto perturbante entra in tal modo nell’apparato psichico senza pero distruggerlo, senza desertificarlo dell’istanza soggettiva e prepara la trasformazione dell’oggetto perturbante in sintomo.
Perché non pensare che l’invito, o l’ordine, di restare a casa, invece di porre un limite alla nostra libertà, di essere il preludio di una stretta autoritaria che, passata l’emergenza, sarà ancora più feroce ed opprimente, sia la chance che ci viene offerta di ricostruire il nostro, personale e collettivo, luogo della fobia, messo a soqquadro dall’irruzione  del reale, cosa che ci consentirà solo allora di essere veramente liberi, liberi dall’angoscia che ci attanaglia il cuore.

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