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Diario della crisi

È possibile trovare le parole per esprimere lo smarrimento che proviamo, in questa sospensione del tempo attraversata da vertiginosi cambiamenti? Per dare voce all'esperienza della separazione dai nostri prossimi, che pure ci accomuna a tutti gli abitanti del pianeta? Per restituire le domande che ci poniamo, immersi in una sfera cognitiva dissonante, con la sensazione che ci sveglieremo da questo incubo in un mondo trasformato e da trasformare? Proviamo a trovare insieme queste parole.

Catello Manfuso - in margine all'articolo "Per ripartire dopo l'emergenza Covid-19"

19 maggio 2020

 

Contributo del dott. Catello Manfuso in margine all'articolo Per ripartire dopo l'emergenza Covid-19 di Gaël Giraud (“La Civiltà Cattolica”, 4 aprile 2020)

 

https://www.laciviltacattolica.it/articolo/per-ripartire-dopo-lemergenza-covid-19/



La lettura dell’articolo di Gaël Giraud fa sorgere alcuni quesiti.

Come mai la Corea del Sud è riuscita a fare milioni di tamponi e noi no? Per altro, in questa difficoltà, siamo in compagnia di tutta l’Europa; chi deve rispondere di ciò?

Come mai non chiediamo ai coreani la fornitura di questo materiale o il know-how? Nel frattempo paghiamo profumatamente ai coreani le apparecchiature per la misura a distanza della temperatura corporea che si stanno installando in molte aziende italiane; apparecchiature certo scenografiche, ma di dubbia utilità pratica.

Come mai non c’è un piano B in caso di drammatico fallimento della fase di riapertura? Se riparte l’epidemia cosa si farà? Lo screening di massa è ineludibile. 

La rozzezza della risposta del sistema al virus è fuori discussione; quale strategia propongono i circa 400 consulenti del Governo? Forse una stupida App, potenzialmente liberticida, che andrebbe a sostituire la diagnosi di malattia? La medicina senza diagnosi è cieca; si può con la cecità affrontare il virus?

Il virus resterà con noi, bisogna arrivare ad una convivenza relativamente pacifica tra il virus stesso e il nostro sistema immunitario.

Il rilievo del fattore R0 è semplicemente drammatico; c’è solo da scegliere tra centinaia di migliaia di morti e una reclusione protratta, indiscriminata, con l’obiettivo della povertà/fame di massa; il collasso epocale di un popolo. Mai dimenticare (il fatto è molto trascurato), che la povertà uccide molto più di qualunque virus, ma lo fa lentamente nel tempo; e la strage che essa provoca non appare, come attestano i penosi dati della vita media nei paesi sottosviluppati.

Come sottolinea l’articolo, stiamo guadagnando tempo ma non si vede lo sbocco verso la strategia coreana dei blocchi selettivi dei contagiati. Riaprire in queste condizioni significa affrontare l’autostrada contromano per vedere cosa possa accadere. Stupisce, del resto, che in una logica di riapertura non si privilegino le zone d’Italia ad oggettivo blando impatto virale: parliamo della Calabria, della Basilicata, del Molise, della Campania e dell’Umbria; un'apertura - con tutte le tutele del caso - in queste regioni sarebbe un test rapido e a rischio contenuto, per verificare sul territorio cosa può succedere con la ripresa in regioni ben più colpite. Si capisce bene che il cuore produttivo della nazione, largamente situato al Nord, prema per la riapertura sui rappresentati politici che ha eletto; mentre il sempre più de-industrializzato Sud tace acquiescente forse nell’attesa di provvedimenti assistenziali, consoni al suo dramma secolare: povertà e disoccupazione. 

È finalmente arrivato, con forte ritardo, un provvedimento per il riavvio delle micro attività agricole; una vasta economia di sussistenza di orti e micro-allevamenti familiari reggono la resilienza di grandi fasce di popolazione, specie nell'Italia del Sud; questa economia del sufficiente, trattata in maniera derisoria dalle possenti lobby dell’Intelligenza Artificiale, deve essere considerata la struttura portante di un’economia diversa, più umana e ben più ecologica dell’agricoltura e dell’allevamento industriale. 

È importantissimo chiarire a tutti quanto segue: le attuali zootecnie stanno preparando un orrendo pabulum di batteri ultra-resistenti agli antibiotici (i così detti super batteri), dove si annidano pericoli a fronte dei quali il Covid-19 è una passeggiata; basti ricordare che, negli USA, si valutano in dieci milioni di tonnellate annue gli antibiotici somministrati agli animali d’allevamento. Chi deve intervenire? Cosa si aspetta per intervenire? Una nuova pandemia questa volta di super-batteri?

Bene afferma l’articolo che questa pandemia non sarà l’ultima. Altre verranno, o per lucida follia criminale per costruire nuovi imperi con nuove armi o per errori di stolti apprendisti stregoni o per fenomeni ecologici ormai incontrollabili; dobbiamo attrezzarci per il futuro. 

Grande è il dibattito, nel settore specialistico, sul modo in cui occorra definire l’intelligenza umana; tuttavia una definizione accettata è: “l’attitudine umana a prevedere gli eventi”; la stupidità è una condanna a morte a fronte di questi problemi. Studiosi affidabili (certo non quelli che studiano per Senatori o Ministri nei talk televisivi: show del nulla), paventano un ritorno ben più grave del virus nel prossimo periodo autunno-inverno sulla scorta dell’andamento della celebre pandemia del 1918; questa possibilità andrebbe valutata con grande attenzione e prudenza: una trentina di Spallanzani o Cotugno sul territorio nazionale sarebbero indispensabili per contenere l’eventuale tragedia. 

Ben poco c’è da aggiungere all’eccellente livello di considerazioni etico-morali dell’articolo che, ricordiamo, è scritto da un gesuita francese, pubblicato su una delle poche riviste che, a mio avviso, siano ancora degne di essere lette da chi non vuole abbandonare il privilegio del pensiero; ciò al di là della fede religiosa. 

Negli anni '80 il direttore di “Civiltà Cattolica”, padre Bartolomeo Sorge (attualmente ultranovantenne), fu forte propugnatore di una corrente di pensiero che si concretizzava nell’espressione “civiltà del sufficiente” che, pur raccogliendo aderenze intellettuali significative, si scontrò allora col trionfante delirio consumistico, restando lettera morta anche all’interno della Chiesa, culturalmente, al tempo, impreparata a visioni economiche, ecologiche, esistenziali ed olistiche. Speriamo che l’attuale pontificato, pionieristico in questo settore nella storia della Chiesa (da qui le resistenze che incontra), non sia travolto dalla melma di interessi economici tanto brutali, quanto di corto respiro, del capitalismo neoliberale; in ciò, crudelmente, potrebbe essere d’aiuto un ripensamento dei fondamentali della vita indotto dal dramma del virus.

Un’ultima considerazione: è chiaro che la società tecnologica è capace di operare un controllo capillare sulla popolazione a livello intellettuale e non solo. Il regime cinese riesce, ormai, con un incrocio tra i vari dati informatici e satellitari, a scoprire in pochissimo tempo l’autore di qualsiasi omicidio (hanno infatti risolto il 100% dei casi di omicidio); il Covid-19, e una ragionevole necessità di controllare gli imprudenti spostamenti della popolazione, richiedono un’attenta sorveglianza; il passo verso una limitazione sempre maggiore alle libertà personali appare drammaticamente a portata di mano; ciò al di là degli infelici episodi, da me personalmente notati anche attraverso i miei pazienti, di oggettivi abusi da parte degli organi di controllo. 

 

Una stupida App potenzialmente liberticida

 

Luminoso, a riguardo, l’incipit di Massa e potere di Canetti: «Nulla l'uomo teme di più che essere toccato dall'ignoto». È osservazione indiscutibile che la paura è di gran lunga il sentimento umano più possente. La paura è stato uno strumento filogeneticamente indispensabile alla sopravvivenza umana; uno strumento necessario alla conservazione della vita, un riflesso biologico automatico indispensabile; per esempio un essere umano in un bosco fa bene a scappare prima di chiedersi se quell’oggetto per terra è un ramo curioso o un serpente in agguato; ciò spiega, dalla notte dei tempi, quanto profondo e determinante sia questo sentimento nell’animo umano. La consapevolezza di ciò è stata sempre l’asse portante e giustificante qualunque potere e ha autorizzato qualunque orrido crimine del potere stesso. Pallido è il contrappeso della saggezza popolare, secondo la quale la paura è una pessima consigliera. 

Manzoni scrive che, ogni bene, in una società, senza la sicurezza è nullo; e così nulla rende sereno l’animo umano come il delegare la propria libertà in cambio di qualunque fallace prospettiva di sicurezza: un sogno irrealizzabile, come testimonia tutta la storia umana. 

Ma, scrisse Hegel, la storia insegna che l’uomo non impara nulla dalla storia. Non a caso, nell’accanita distruzione del sistema scolastico italiano, ha trovato un suo posto il dibattito mirante ad escludere lo studio della storia: una persona senza memoria è un più disarticolato burattino nelle mani dei mass media. 

Purtroppo è fuori dalla portata delle masse la consapevolezza che ogni essere umano ha, nell’incessante dinamismo della vita, una sola certezza: il dover accettare l’idea, il sentimento, che non ci sono sicurezze e che non ci saranno mai, e che occorre imparare a vivere con semplicità il fluire delle cose. Tutti i Saggi antichi hanno parlato in tal senso.

Il Covid-19 è un’arma gustosa in mano agli “intelligenti” del potere, ma questi dovrebbero riflettere che il virus, demone della morte, è un pareggiatore inesorabile delle sorti umane.

 

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