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Santa Parrello - Epidemie, conoscenza e futuro

24 marzo 2020

All’alba del 2020, cento anni dopo la terribile 'influenza spagnola’ ancora narrata dai nostri nonni, la pandemia da virus covid-19 tiene sotto scacco l’umanità intera.

La scienza aveva messo in guardia da questo rischio almeno dal 1997, anno della morte del bambino di Hong Kong, primo caso noto di ‘influenza aviaria’ passata agli esseri umani. Da allora gli studi si sono moltiplicati, anche a seguito di nuove epidemie, come la SARS o l’Ebola, mettendo a disposizione della società una serie notevole di conoscenze utili a non farsi trovare impreparati per ridurre i danni.

Nel 2015 lo storico Yuval Noah Harari scriveva:

Mentre non possiamo assicurare che l’esplosione di un nuovo virus come Ebola o una forma sconosciuta di influenza non si abbatteranno come furie sul pianeta determinando la morte di milioni dei suoi abitanti, siamo certi che non considereremo questa eventualità come una catastrofe naturale. Al contrario, la valuteremo come un imperdonabile fallimento umano e chiederemo le teste dei responsabili. […] Queste discussioni presuppongono che il genere umano possieda le conoscenze e gli strumenti per prevenire il propagarsi di epidemie, e qualora questo dovesse tuttavia verificarsi ciò sarebbe dovuto all’incompetenza umana piuttosto che all’ira divina […]. Carestie, pestilenze e guerre continueranno con ogni probabilità a reclamare i loro milioni di vittime ancora nei decenni a venire. Tuttavia esse non sono più tragedie inevitabili oltre la comprensione e il controllo di un’umanità indifesa. Al contrario, sono diventate sfide gestibili (Y. N. Harari, Homo Deus. Breve storia del futuro, Bompiani, Milano, 2018, pp. 22-29).

Nel 2015 Bill Gates, creatore di Microsoft, denunciava pubblicamente la disattenzione della società e della politica verso questi temi:

La prossima guerra che ci distruggerà non sarà fatta di armi ma di batteri. Spendiamo una fortuna in deterrenza nucleare, e così poco nella prevenzione contro una pandemia, eppure un virus oggi sconosciuto potrebbe uccidere nei prossimi anni milioni di persone e causare una perdita finanziaria di 3.000 miliardi in tutto il mondo (TED Talk, 2015, New York).

Non si tratta ovviamente di profezie, ma di previsioni basate sulla conoscenza costruita dalla comunità scientifica, a disposizione di tutti. Eppure gran parte della società ha scelto di non prendere in considerazione questi dati e si è affidata ad una politica che ha fatto altrettanto.

Di recente il movimento giovanile Fridays for Future, guidato da Greta Thunberg, ha deciso di prendere sul serio le previsioni scientifiche relative alle conseguenze per il pianeta del riscaldamento globale e di provare a indirizzare le scelte politiche a sostegno della cosiddetta Green Economy. Nulla del genere è accaduto invece finora per il rischio di epidemie, che sembrerebbe essere stato oggetto di una forma di diniego. Il diniego è il rifiuto della percezione di un dato di realtà che potrebbe essere traumatizzante e si realizza di solito in risposta a situazioni catastrofiche. In altri termini la morte per contagio di milioni di persone, ancora presente nella memoria delle vecchie generazioni, sembra essere diventata irrappresentabile nella mente dei più, impedendo di chiedere alla politica di adottare le indispensabili precauzioni indicate dalla scienza. Al massimo le pandemie sono state messe in scena nei racconti distopici, che immaginano mondi terribili derivanti proprio dall’incapacità umana di governare con lungimiranza il presente (S. Parrello, Scene dal futuro. Adolescenza, educazione e distopia, Franco Angeli, Milano 2018).

La drammatica esperienza che stiamo vivendo, segnata dalle immagini delle file di camion militari che trasportano bare senza cortei funebri, può diventare allora una straordinaria occasione per ribaltare il nostro rapporto con il futuro: ora che la nostra quotidianità sembra ‘realizzare’ le distopie che abbiamo immaginato, possiamo ancora riappropriarci di una visione positiva dell’avvenire, costruito qui e ora facendo scelte consapevoli e responsabili, dettando alla politica un nuovo elenco di priorità.

In questo frangente i giovani sono stati fortemente criticati perché in larga parte rifiutavano di adottare le misure di protezione suggerite prima, imposte poi: si è cercato allora di scuoterli (o colpevolizzarli?) attraverso la frase “siate responsabili o ucciderete i vostri genitori e i vostri nonni”, che contiene un condensato simbolico sul quale varrà la pena riflettere: perché quei genitori e quei nonni sono (siamo) gli adulti che avrebbero potuto usare responsabilmente i dati scientifici per prevedere e prevenire e hanno (abbiamo) fallito. Se la conoscenza non è al servizio di un futuro migliore per tutti, a che serve?

La gestione dell’emergenza è ora indispensabile, ma servirà poi un’alleanza autentica fra le generazioni fondata non sul diniego ma su quel lavoro di civiltà che consente all’umanità di progredire (oltre al Freud de Il disagio della civiltà, vedi R. Kaës Il Malessere, Borla, Roma, 2013): l’obiettivo non è sconfiggere la morte, ma costruire una società più etica, capace di proteggere i più fragili che negli stati di emergenza pagano sempre il prezzo più alto.


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