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Diario della crisi

È possibile trovare le parole per esprimere lo smarrimento che proviamo, in questa sospensione del tempo attraversata da vertiginosi cambiamenti? Per dare voce all'esperienza della separazione dai nostri prossimi, che pure ci accomuna a tutti gli abitanti del pianeta? Per restituire le domande che ci poniamo, immersi in una sfera cognitiva dissonante, con la sensazione che ci sveglieremo da questo incubo in un mondo trasformato e da trasformare? Proviamo a trovare insieme queste parole.

Franco Vittoria - Pensare l'Europa

6 aprile 2020

Edgar Morin nel suo Pensare l’Europa scrive: «Se si cerca l’essenza dell’Europa non si trova che uno “spirito europeo” evanescente e asettico. Se si crede di svelare la sua qualità più autentica, nello stesso momento si occulta una qualità contraria ma non meno europea. Così, se l’Europa è il diritto, è anche la forza; se è la democrazia, è anche l’oppressione; se è la spiritualità, è anche la materialità; se è la misura, è anche l’hybris, l’eccesso; se è la ragione, è anche il mito, anche quello all’interno dell’idea di ragione. L’Europa è una nozione vaga, che nasce dal caos, i suoi confini sono incerti, a geometria variabile, suscettibili di slittamenti, rotture, metamorfosi. Si tratta dunque di interrogare l’idea di Europa proprio in ciò che essa ha di incerto, di mosso, di contradditorio, per tentare di estrarne la complessa identità».

Pensare l’Europa è la grande domanda di questi tempi, la sua identità e soprattutto il cammino futuro, irto degli ostacoli che la Germania continua a disseminare. Già la crisi del welfare ha prodotto la crisi della stessa democrazia: se lo Stato sociale, così come si era configurato nel secolo scorso, rappresentava quell'elemento di mediazione che consentiva i processi di inclusione di tutti i cittadini, la sua crisi coincide con l’impoverimento di una democrazia che assiste impotente alla marginalizzazione dei diritti sociali, rompendo di fatto il punto di equilibrio tra il mondo degli esclusi e il mondo dei garantiti. 

Il patto di cittadinanza che nel secolo scorso ha retto la democrazia aveva presieduto alla costruizione dello Stato come Stato di diritto e Stato sociale; così ai diritti di prima generazione si sono aggiunti i diritti sociali, preminenti per rafforzare l’idea di libertà. Senza questo patto sociale la democrazia rischia di sprofondare nell’abisso dell’autoritarismo dolce in gran parte dell’Europa; non possiamo rubricare come fatti di cronaca la lenta agonia dei modelli di democrazia rappresentativa. Fin quando non si vorrà capire che il carburante per la vittoria dei nazionalismi autoritari, in ogni dove dell’Europa, è dovuto ai modelli di austerità, che mettono in ginocchio il principio di uguaglianza e i principi di solidarietà tra i paesi del vecchio continente, si farà fatica a pensare all’Europa che fu edificata nel dopoguerra per costruire la pace e la solidarietà tra i popoli. Il disegno della solidarietà pubblica, però, ha inizio durante la crisi del ’29. 

Infatti, l’esperimento del patto sociale trova consensi dopo la grande depressione del 1929. Il modello Bismarck non basta più: serve un intervento più forte e coraggioso da parte dello Stato. La nuova rotta arriva con le teorie economiche di John Maynard Keynes, propenso a utilizzare il deficit spending come nuovo modello per la crescita economica. Le tesi di Keynes, insieme al piano per la sicurezza sociale di Beveridge, sono l’atto di nascita del moderno Welfare State, che contribuisce a rafforzare una democrazia in crisi e un’economia in ginocchio. Questo modello di socialità aveva l’ambizione di allargare le maglie della solidarietà pubblica includendo le “vite di scarto” nel circuito della democrazia sociale.

Pensare l’Europa significa riannodare i fili della solidarietà tra i popoli, ma come fare ?

Se c’è un pilastro che è venuto a mancare nel processo unitario dell’Unione europea è senza dubbio il modello sociale, «cioè l’insieme dei sistemi pubblici intesi a proteggere individui, famiglie, comunità dai rischi connessi a incidenti, malattia, disoccupazione, vecchiaia, povertà. Sebbene il modello sociale europeo presenti notevoli differenze da un paese all’altro, nessun altro grande paese o gruppo di paesi al mondo offre ai suoi cittadini un livello paragonabile di protezione sociale, la più significativa invenzione civile del XX secolo. Ne segue che i governi Ue che attaccano lo stato sociale sotto la sferza liberista della troika Ce, Bce e Fmi, nonché del sistema finanziario internazionale, minano le basi stesse dell’unità europea, oltre a fabbricare recessione per il prossimo decennio e piantare il seme di possibili svolte politiche di estrema destra» – così Luciano Gallino in un'intervista del 2011. A noi sembra che il seme della mala-politica abbia attecchito, trovando anche un campo fertile da coltivare in gran parte dell’Europa. Senza solidarietà non c’è Europa che tenga e in queste condizioni politiche diventa difficile saldare umanità e crescita economica.

Senza il pilastro sociale l’Europa si lascia intrappolare in una spirale tecnocratica. Vale la pena scomodare a questo proposito Habermas, che richiama il rischio per l'Europa di adagiarsi sulla via postdemocratica di un “federalismo degli esecutivi” e di pacifico adattamento al mercato, cioè agli imperativi imposti dal sistema finanziario, e di trasformarsi in «una tecnocrazia senza radici democratiche [che] non ha né la forza né la motivazione per prendere sul serio le richieste dell’elettorato circa giustizia sociale, sicurezza assistenziale, prestazioni pubbliche e beni collettivi, nel caso in cui tali richieste entrino in conflitto con i requisiti sistemici della competitività e della crescita» (Nella spirale tecnocratica. Un'arringa per la solidarietà europea).

Quest’Europa ha visto  la trasformazione dello Stato fiscale in Stato debitore, con l’aggravante dello smantellamento dei diritti sociali e della socialità pubblica. Lo smantellamento solidale è continuato su altri capitoli di spesa, quella sanità pubblica che dal 2010 ha visto Stati cosiddetti debitori come l’Italia chiudere ospedali e posti letto, in nome dell’efficienza dei numeri e non delle persone. Oggi stiamo pagando un prezzo altissimo. Accanto alle paure individuali – come scriveva Carlo Levi nel lontano 1939 – si è palesato un nuovo sentimento: una paura collettiva che alimenta il terrore e apre il campo a forme di autoritarismo. La paura collettiva va combattuta con la ricostruzione di un nuovo progetto europeista; senza tale progetto c’è il rischio che la nuova condizione umana si lasci accarezzare dalle sirene del conformismo e della mala-politica. 

Pensare l’Europa, oltre la paura.

 

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