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Diario della crisi

È possibile trovare le parole per esprimere lo smarrimento che proviamo, in questa sospensione del tempo attraversata da vertiginosi cambiamenti? Per dare voce all'esperienza della separazione dai nostri prossimi, che pure ci accomuna a tutti gli abitanti del pianeta? Per restituire le domande che ci poniamo, immersi in una sfera cognitiva dissonante, con la sensazione che ci sveglieremo da questo incubo in un mondo trasformato e da trasformare? Proviamo a trovare insieme queste parole.

Gennaro Ascione - Per un approccio anarchico allo studio 

26 maggio 2020

 

 

Nei suoi scritti giovanili, Leopardi si sollazza nel deridere il costume degli antichi, presso cui era in uso presagire il futuro interpretando l’evento «sternuto». Procurar battaglia dopo aver sternutito a destra? Follia pura. Partire per un viaggio dopo esser stati raggiunti dalle goccioline sospinte da un altrui sternuto oltre la distanza di sicurezza? Improvvida scelta. Toccare un bambino dopo aver parato un quantità di droplet espulse tramite sternuto col palmo della propria mano? Disgrazia sulle future generazioni.

Di sternuto in sternuto, il futuro che la pandemia prospetta per le relazioni fisiche tra umani sembra frutto di scelte sbagliate perché indifferenti a banalissime regole di prevenzione del contagio e previsione del presagio. A qualcuno, senza appuntarsi al petto la medaglia di profeta dell’acqua calda, non sfugge che la pandemia implica delle trasformazioni epocali. Ad altri sembrano evidenti alcuni mutamenti radicali ch’essa infligge all’edificio della conoscenza moderna. E svela, allo stesso tempo, quanto illusorie fossero alcune delle immagini del mondo che quella conoscenza proiettava. 

1) La balbuzie del sapere esperto di fronte all’ombra della propria presunta capacità di previsione è resa percepibile, resa nota e socializzata dalle autorità con i non-esperti in forma di modalità demografica di partecipazione non democratica alla storia, tale da esautorare i protagonisti dalla possibilità d’intervento sul proprio destino. Il principio d’indeterminazione di Heisenberg, il principio di incertezza di Prigogine, il confondersi delle due culture di Shaw (nomotetica e idiografica), muovono da posizione di critica al paradigma a nucleo fondante di un nuovo paradigma in fieri. È il momento in cui, tra due immaginari di due epoche successive, va instaurandosi il filtro ermeneutico di Culianu. Le forme mutano e abbisognano di un’interpretazione morfodinamica.

2) La sospensione della legittimità della spiegazione causale nel paradigma della scienza moderna. Ciò rende manifesta l’intuizione di Feyerabend sulla natura intrinsecamente congetturale dell’ipotesi nel Metodo scientifico. Non importa più perché è accaduto ciò che sta accadendo, contano solo gli esiti. È sugli esiti e il loro governo che il sapere va misurando la propria capacità di servire il potere come configurazione storica concreta e non metafisica, di compiacerlo, di deriderlo, di smascherarlo, di modificarlo o di opporvisi.

3) L’introduzione di una modalità globale di regolazione sociale univoca, indeclinabile e dotata di uno statuto di irrevocabilità perché progressivamente slegata dall’agente patogeno specifico. «Sociale» à la Marx, vale a dire, la costruzione concettuale che si muove asintoticamente verso l’irraggiungibile concreto del mondo come totalità integrata delle relazioni tra uomini. Quindi, una società altra nella quale l’auto-percezione è trasferita a sistemi di calcolo progettati per sostituire il finalismo della teleologia con la grammatica generativa della teleonomia, grazie a capacità di elaborazione e di memorizzazione consapevolmente progettate dall’uomo per celebrare se stesso oltrepassando se stesso.

4) La disarticolazione del rapporto tra storiografia ed eccezione. Se l’Occidente poté scrivere la propria autobiografia intitolata Modernità e venderla come best-seller tra gli scaffali delle università di tutto il mondo fu perché si prese diversi secoli di tempo per mettere a punto un racconto credibile sull’interruzione e diversione del tempo storico materializzata in una soglia precisa e datata: il 1492. L’inizio del tempo del mondo moderno è una costruzione ex-post. Così come lo sono il Medio evo, l’antichità, l’Età assiale. La pandemia, invece, viene al mondo pressoché sincronicamente intorno al febbraio 2020. E, per decreto, il mondo fa il suo ingresso in un’Era di transizione. La geologia si riduce a un anniversario.

5) La pandemia trasfigura l’immagine del mondo come sistema capitalistico e irride i saperi impegnati nel rendere efficiente il suo funzionamento quanto quelli dediti a dimostrarne l’inefficienza. Nel momento in cui il senso comune si appropria in forma diluita dello strumento della critica alla logica dell’incessante accumulazione del capitale, quella stessa logica si rifugia altrove e muta. Dove, per ora, è difficile dirlo. Ma, d’improvviso, il sostegno al reddito è immediatamente disponibile. Il consumo cospicuo velato da un inconsueto pudore. Allo stesso tempo, l’orizzonte del miglioramento delle condizioni economiche di vita e quello dell’emancipazione politica offuscati tanto nei paesi poveri, quanto in quelli ricchi e in quelli in crescita. Tanto nei regimi autoritari quanto in quelli di orientamento liberale.  

6) In ogni era di transizione, la parola «teoria» va sgattaiolando via dalla sua dimensione etimologica per abitare la stanza della storia. La parola greca θεωρέω smette di significare il processo astratto di osservare, e racconta le vicissitudini di quel gruppo di individui che sono chiamati ad abbandonare la città per recarsi al cospetto dell’oracolo e domandare notizie dal futuro: i ϑεωρός. L’era della transizione è la vera età della profezia, durante la quale le analisi non spiegano un bel niente bensì risultano assimilabili all’astrologia: sono in grado d’influenzare atti e processi, intervenendo in quello spazio imperituro e fragile dell’umano che è il pensiero, sebbene non necessariamente nella direzione auspicata o sperata.

 

Di qui, la grande responsabilità di chi il sapere esperto lo detiene e lo produce solo nella misura in cui è obbligato a trasmetterlo da un patto segreto fatto con qualcosa di più grande di lui, tradito il quale, l’amore per la conoscenza si vendica per sempre su chi mente a se stesso. La favola dell’università arcadico luogo di scambio è la vera realtà virtuale di chi la vive fuori dalla concretezza della sua forma sociale già alienata da decenni di «riforme». I professori sono chiamati a maturare in senso pieno il senso del tempo al di fuori degli ancoraggi cronologici tra passato, presente e futuro. Nella modernità eurocentrica, l’università ha avuto un ruolo cruciale. Si è dimostrata capace di differenziarsi di fronte al neoliberismo, tant’è che esiste un’enorme scarto tra l’università italiana e Cambridge o Harvard che per prime hanno spinto sull’acceleratore dell’e-learning totale: le tasse universitarie in Italia costano incomparabilmente meno rispetto a quelle del modello angloamericano, dove da oltre dieci anni famiglie e studenti sono costretti a indebitarsi a vita per ripagare le rette finanziate dagli istituti privati di credito. L’università italiana, invece, è ancora accessibile. Come lo era la sua progenitrice islamica: l’università al-Qarawiyyin a Fès in Marocco, fondata nel 859 DC, oltre duecento in anticipo su quella di Bologna (1088). L’università ha dialogato con lo Stato-nazione, si è riorganizzata in risposta alla Riforma e alla Controriforma, riuscendo comunque a salvaguardare parte della propria autonomia e adattando alcune delle strutture di produzione del sapere costruite in risposta alla mutazione feudale del XI secolo, ai Translatio studii nel mezzo dello scontro tra civiltà antagoniste, alle trasformazioni degli equilibri tra poteri secolari ed ecclesiastici o tra stati belligeranti nel corso della alterne fortune delle crociate. Di qui, la necessità di pensarsi come gocce nell’oceano delle profezie che possono o non possono auto-adempiersi, ma che in ogni caso vivono dei tempi lunghi delle trasformazioni nelle strutture mentali piuttosto che dei cambiamenti delle istituzioni pedagogiche ad esse preposte. 

Ne consegue, però, la grande responsabilità di chi al sapere esperto inizia ad accedere: gli studenti. Non solo i secchioni al primo banco o quelli che alzano sempre la mano per intervenire. Non sono studenti solo coloro che danno senso alle giornate dei professori in aula, fingendo attenzione o sincero interesse o manicale dedizione alla trascrizione del verbo del luminare di turno nella speranza di non subire seccature da parte dell’autorità genitoriale in delega ai professori armati di valutazione numerica. Professori la cui esistenza è spesso svuotata del rapporto tra pari, perché vissuta nelle strettoie di gerarchie che prevedono solo superiori o sottoposti, canaglie o tirapiedi. Sono studenti anche quelli asociali. Quelli che non fanno gruppo. Che siedono alle ultime file ma poi se ne vanno dopo venti minuti. Sono studenti i non frequentanti. Sono studenti quelli per cui lo studio è una forma di solipsismo che non sacrificherebbero mai sull’altare dell’accettazione sociale a costo di ripetere ad alta voce paragrafi insieme ad altri che sono solo parte del proprio irriducibile mondo. Sono studenti tutti coloro i quali danno vita a forme di socialità che rispondono alle esigenze del tempo presente, perché spinti da una pulsione alla vita che gli anni e la schiavitù delle proprie convinzioni non hanno ancora intaccato. Sono studenti i dissociati, i disadattati, gli hikikomori. Sono studenti quelli aridi come la terra brulla in cui, chissà, i semi germineranno in tempi e modi diversi dagli inverni del Saturno seminatore ex cattedra. Sono studenti quelli il cui apparato pneumatico è invaso dai fantasmata che languono su media transmodali così come tra le pieghe nelle pagine di libri le cui glosse sommesse fendon del tempo gli abissi. E sono studenti soprattutto quelli che potrebbero non diventare mai studiosi, quelli scarsi, gli ultimi? E sia. Proprio loro vivificano le strutture di produzione della conoscenza che la storia ha messo loro a disposizione e che raramente sono destinate ad essere le ultime di sempre per ragioni, in ultima istanza, tecniche ch’essi non vivono come esiziali perché vivi dentro al tempo, con i suoi molteplici spazi. Sono studenti anche quelli che dietro un’interfaccia assecondano i propri corpi e le proprie menti. Sono studenti tutti coloro i quali abitano le mutate e sempre mutevoli condizioni della storia, applicando l’unico metodo scientificamente valido perché il genio del sapere trovi sempre un sentiero, anche quando infrastrutture secolari crollano, si svuotano e diventano desuete: l’anarchia nello studio.

 

Librografia transtorica demercificata per la violazione digitale del diritto d’autore

Agamben Giorgio. Stanze. La parola e il fantasma nella cultura occidentale.

Ascione Gennaro. Science and the Decolonization of Social Theory Unthinking Modernity.

Bruno Giordano. De umbris idearum.

Chatterjee Partha. The Imperial Prerogative and Colonial Exception.

Culianu Joan Petru. Eros e magia nel Rinascimento.

Feyerabend Paul Karl. Contro il metodo: per una teoria anarchica della conoscenza.

Lem Stanislaw. Golem XIV.

Leopardi Giacomo. Saggio sopra gli errori popolari degli antichi.

Marx Karl. Il metodo dell’economia politica.

Prigogine Ilya. La fine delle certezze. Il tempo, il caos, e le leggi della natura.

Wallerstein Immanuel e Terence Kilbourne Hopkins. L’era della transizione.


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