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Diario della crisi

È possibile trovare le parole per esprimere lo smarrimento che proviamo, in questa sospensione del tempo attraversata da vertiginosi cambiamenti? Per dare voce all'esperienza della separazione dai nostri prossimi, che pure ci accomuna a tutti gli abitanti del pianeta? Per restituire le domande che ci poniamo, immersi in una sfera cognitiva dissonante, con la sensazione che ci sveglieremo da questo incubo in un mondo trasformato e da trasformare? Proviamo a trovare insieme queste parole.

Antonio Gargano - Il divenire nel trapassare

18 marzo 2020

 

“Che notte fonda sulla terra”.
E noi saremo morti quando sarà giorno.
(A. de Musset, Le confessioni di un figlio del secolo, p.13)

 

Qualche spiraglio di luce forse possiamo trovarlo nelle visioni di Friedrich Hölderlin con la guida sempre limpida e sicura del nostro compianto Remo Bodei.

Scrive Hölderlin in una lettera all’amico Ebel: «E per ciò che concerne la situazione generale, io ho una consolazione, che cioè ogni fermentazione e dissoluzione deve necessariamente condurre o all’annientamento o a una nuova organizzazione. Ma l’annientamento non esiste, quindi la giovinezza del mondo deve rispuntare dalla nostra decomposizione».

Vi sono periodi di prevalenza delle forze aggregatrici e unificatrici, altri di travolgente avanzata della dissoluzione, della distruzione. I due principi opposti trovano riscontro nel neikos, la morte e nella filia, amicizia, di Empedocle. Quando prevale il primo, «un vento di morte percorre la natura, separa gli dei dagli uomini». La natura perde il suo volto idilliaco, decantato da Rousseau, e assume quello minaccioso e devastante dei cataclismi naturali. Allora il caos si afferma e su tutto domina lo «spirito di turbolenza, che le città come agnelli fa a brani». Ma lo spirito di turbolenza non diventa mai signore assoluto della natura in quanto gli si oppone «lo spirito della quiete, con lui nato ad un unico grembo».

Siamo al punto in cui come per Iperione, il protagonista dell’unico e grande romanzo di Hölderlin, «vi è un farsi muto, un dimenticare di tutta l’esistenza come se avessimo perduto tutto; una notte della nostra anima, dove non splende verso di noi la luce di alcuna stella». Eppure «dove è il pericolo cresce anche ciò che salva» (così Hölderlin in Patmos).

Nella distruzione del finito, creatrice di possibili, appare il volto dell’infinito. Nel trapasso si ha la rivelazione dell’unitezza di tutto ciò che vive. La dissoluzione si presenta con un primo aspetto di dissoluzione reale, come disgregazione di un mondo esistente «ed è oggetto di timore», a questa fa riscontro la dissoluzione ideale, quella che si verifica nella filosofia, nella riflessione, nell’arte. Oggi è nella dissoluzione reale che siamo pienamente immersi; la rasserenante dissoluzione ideale, la messa a distanza attraverso la comprensione, la riflessione, l’arte verrà più tardi, anche se alcuni la stanno già tentando e con qualche confortante risultato.

Siamo dunque nel momento di dominio del caos, del timore, manchiamo di orientamento. Allora vale la pena di affidarsi di nuovo al poeta veggente. Scriveva Hölderlin al fratello nel settembre del 1793: «Amo il genere umano, non quello corrotto, servile, inerte, quale lo troviamo fin troppo spesso, anche nell’esperienza più limitata. Amo le grandi e belle disposizioni anche negli esseri umani corrotti. Amo la generazione dei secoli venturi. La mia più sublime speranza, la fede che mi mantiene forte e attivo, è che i nostri discendenti saranno migliori di noi».


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