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Diario della crisi

È possibile trovare le parole per esprimere lo smarrimento che proviamo, in questa sospensione del tempo attraversata da vertiginosi cambiamenti? Per dare voce all'esperienza della separazione dai nostri prossimi, che pure ci accomuna a tutti gli abitanti del pianeta? Per restituire le domande che ci poniamo, immersi in una sfera cognitiva dissonante, con la sensazione che ci sveglieremo da questo incubo in un mondo trasformato e da trasformare? Proviamo a trovare insieme queste parole.

Lorenzo Giovannetti - Il politico, il pastore, il Dio

14 aprile 2020

 

Nel Politico Platone si pone uno scopo molto preciso: comprendere chi sia la figura del politico e quale sia la sua competenza specifica. La politica è quindi intesa come una tecnica, nello specifico la tecnica dell’esercizio e della gestione del potere. In una battuta, l’esercizio del potere è pensato come la capacità di dare direttive in proprio, cioè di disporre, secondo la propria volontà, di cosa deve esser fatto nella polis. Al fine di rendere più accessibile la natura di questa tecnica, Platone istituisce dei paragoni e dei parallelismi, più ovvi all’orecchio dell’uomo suo contemporaneo. 

L’immensità problematica di questa cornice teorica è associata a un carattere peculiare della lingua greca e dell’espressività che essa concede, vale a dire l’agilità semantica che permette di congiungere diverse parole o radici, dando luogo a dei conî dalla notevole portata teorica e didascalica. È infatti questa l’operazione di Platone, condotta a partire dai paragoni che egli stabilisce tra tecnica politica e altre tecniche più immediatamente afferrabili. Mi vorrei qui soffermare sul primo dei paragoni in questione, cioè l’associazione tra il politico e il pastore.

La pertinenza della figura del pastore appare da una constatazione elementare: il politico possiede una competenza che gli conferisce potere e capacità di agire relativamente agli esseri viventi, e, nello specifico, a quegli animali che vivono in comunità. Questo potere operativo non è disgiunto dall’ottemperare ai bisogni che sorgono dalla vita e socialità degli animali di cui egli si occupa. Qui appare il primo dei termini che vorrei analizzare in questa breve riflessione. Platone impiega il termine koinotrophike. La tecnica del politico, nella misura in cui è paragonabile a quella del pastore o allevatore, si occupa dell’allevamento in comunità. 

Si nota qui un primo caso di plasticità semantica dalla connotazione precisa. La tecnica ricercata ha a che fare con la trophe, cioè il nutrimento, la sussistenza. Più precisamente si tratta di quella tecnica che si occupa del sostentamento materiale di una specie di viventi che si organizzano in gruppi. La vita in comune rende il sostentamento altrettanto comune e questa tecnica ha una natura specifica nella misura in cui pensa la necessità materiale a partire dalla comunanza dei bisogni dei viventi coinvolti. Lo Straniero di Elea, personaggio che conduce il discorso nel Politico, si profonde in un processo dialettico, le cui fasi intermedie non considererò  e che mira alla corretta delimitazione della tecnica del pastore, quando essa si voglia applicata al caso dell’animale uomo.

Vorrei concentrarmi qui su uno dei punti di arrivo. Se la comunità umana è pensata alla stregua di un gregge (si consideri qui brevemente l’enorme fortuna di questa metafora nell’era volgare) allora il politico, «come un auriga», deve tenere le redini della città poiché è colui che è in grado di portare al pascolo gli uomini. Il nome della tecnica relativa a questa figura è anthroponomike, la tecnica del condurre gli uomini alla maniera degli animali, per portarli al nutrimento e preservandone in tal modo la vita. Eppure il termine greco racchiude significati ancor più interessanti. Il termine anthroponomike è composto da anthropos, uomo, e da un termine che deriva dal verbo nemo. Il verbo nemo è lessema ampiamente attestato, che indica sia il distribuire sia il portare al pascolo. È possibile ipotizzare che il legame tra i due significati derivi proprio dal fatto che il portare al pascolo preveda una distribuzione dei territori. Ad ogni modo, la radice del verbo è anche alla base del termine nomos. Quest’ultimo, che come è noto è particolarmente complesso e articolato, indica la convenzione, il costume, la legge. Tutto ciò è per evidenziare un fatto a mio parere cruciale: il modo di sostentare la vita comune dell’animale uomo è quello di “portarlo al pascolo”, vale a dire di garantire la distribuzione di terra e di beni, dando adito alla costituzione di usanze e regolamentazioni.

È possibile dunque vedere come Platone stia suggerendo una stratificata serie di rimandi attraverso le parole composte da lui coniate. Sembra che Platone stia dicendo che le possibilità di sussistenza dell’uomo siano stabilite dai limiti politico-legali intrinseci alla comunità, che divengono a un tempo criterio della distribuzione e fondamento del sostentamento. Non può non colpire, nella situazione attuale, l’essenzialità di questa visione. La regola si sta facendo criterio per la letterale sopravvivenza di una parte cospicua della nazione. Una tale regola si riferisce alle possibilità d’azione di ognuno e alla distribuzione dei mezzi di sopravvivenza. La condivisione dei mezzi di sostentamento dipende dall’operazione del potere che in quanto tale porta al pascolo noi, donne e uomini. È quanto mai infelice l’espressione che parla di pascolo e transumanza nel tempo di isolamento che ci troviamo a vivere. Questo non significa che non sia precisa: la regolamentazione dello spazio di azione ha come fine la sopravvivenza collettiva.

Tuttavia Platone ritiene che l’applicazione del paradigma pastorale al fine della definizione del politico non sia del tutto corretta. Egli ritiene di dover scongiurare un errore fondamentale. La natura della competenza del pastore o allevatore è tale da rendere quest’ultimo perfettamente in grado di ottemperare, da solo, a tutti i bisogni della comunità di cui si occupa. Il paradigma del pastore non è allora applicabile alla politica: solo un dio è davvero in grado di sapere tanto, da rispondere da solo alle necessità della comunità degli uomini. Quest'ultima, piuttosto, si fonda essenzialmente sulla divisione dei compiti. In questo senso Platone afferma che il politico reale, quello che appartiene alla polis degli uomini, è molto più simile ai suoi concittadini di quanto non lo sia il pastore rispetto alle bestie, o il dio rispetto agli uomini. Il politico ha condiviso con essi l’educazione e la crescita, la paideia e la trophe

Per giustificare l’abbandono del paradigma pastorale Platone compie una sottile distinzione concettuale: il politico non è un tecnico dell’allevamento dell’uomo, piuttosto egli se ne prende cura. Lo Straniero di Elea impiega due termini: epimeleia e therapeuein, il prendersi cura e il mettersi al servizio. La negazione del paradigma pastorale si articola su due livelli complementari: il politico non è un pastore, perché solo un dio è tanto potente da porre in essere autonomamente la sopravvivenza di tutti i cittadini; inoltre, il politico non è mera fonte di sussistenza della comunità, in quanto quest'ultima richiede il concorso di molte figure dalle svariate competenze; il politico invece si prende cura di essa, si preoccupa affinché l’uomo sia parte integrante della comunità. 

In questo senso il discorso pone le basi del paradigma alternativo a quello del pastore, che Platone svilupperà e adotterà largamente nel dialogo, vale a dire quello del tessitore. È degno di nota il fatto che quanto catturato dal paradigma del pastore, vale a dire la dimensione della sussistenza in comune e la costituzione delle regole e di uno spazio condiviso di azione, magnificamente espresso dagli aggettivi koinotrophike e anthroponomike, sia quindi riconiugato e non abbandonato attraverso i concetti di cura e servizio, i quali non mirano più alla mera sopravvivenza, bensì alla formazione di un benessere condiviso. In questo senso lo Straniero di Elea oppone trophe a epimeleia: il politico non alleva l’uomo, piuttosto se ne prende cura. Tale prendersi cura implica che il politico non possa fungere da pastore e debba piuttosto accogliere l’operato di altri sapienti e competenti, necessario alla sopravvivenza della comunità, e ricavare la specificità del proprio ruolo tra di essi. 

Perché tutto questo è oggi particolarmente interessante? Per un motivo chiaramente visibile: chi tra i sedicenti politici ritiene di poter operare alla maniera del dio, cioè  risolvere tutti i problemi della sua comunità da solo, è il più falso e spregevole degli uomini. Troviamo qui la galassia immonda dell’orrore quotidiano, non quello della malattia, bensì quello della strumentalizzazione politica della stessa. Individui abietti e forsennati alimentano la fornace dell’inadeguatezza che una nazione vive, poiché priva di strumenti concettuali ed emotivi per affrontare drammi inediti. Negli interstizi della paura e del dolore questi animali politici aberranti funzionano esattamente come il virus: accumulano un potere il cui esito finale è la morte e il disfacimento, portando loro stessi alle soglie dell’annientamento. Tutto questo sul fiorire caotico di numeri, messaggi di corrosione sociale, immaginari rosari sgranati.

Costoro Platone li conosceva molto bene, essi «assomigliano a leoni e centauri e altri simili, e ancora molti assomigliano ai Satiri e alle bestie multiformi, le quali velocemente mutano forma e capacità in quelle delle altre». Queste bestie politiche proteiformi sono paragonate a un coro teatrale: i teatranti che cantano e danzano attorno alle faccende della città. Nessuno ha il potere di conoscere tutto ciò che serve alla città, ma c’è chi sa come meglio tessere assieme tutti i saperi: costui è il vero politico. Aggiunge Platone: è politico solo chi opera questa tessitura attraverso il consenso e non con la costrizione, dal momento che quest’ultima è la marca del tiranno e il tiranno è quanto di più lontano dal politico possa darsi.

È su questi due concetti – “sapere” e “consenso” – che si deve svolgere, a mio parere, la sfida che una storia, tutt’altro che finita, ci pone attraverso delle molecole di RNA. Tale sfida si può accogliere solo se si rifiuta decisamente la tentazione pastorale, quella cioè del politico che da solo pretende di porre fine all’indigenza e alla necessità, soprattutto quando le sue ammorbanti lusinghe sono più attraenti, vale a dire nel periodo di emergenza. Questo perché la falsità intrinseca al modello pastorale – un modello che non prevede cioè la divisione del lavoro, il rispetto delle competenze e l’investimento prima politico e poi economico sulla conoscenza – ha uno e un solo risultato possibile: la trionfalistica e ottusa adesione alla tirannide.




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