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Diario della crisi

È possibile trovare le parole per esprimere lo smarrimento che proviamo, in questa sospensione del tempo attraversata da vertiginosi cambiamenti? Per dare voce all'esperienza della separazione dai nostri prossimi, che pure ci accomuna a tutti gli abitanti del pianeta? Per restituire le domande che ci poniamo, immersi in una sfera cognitiva dissonante, con la sensazione che ci sveglieremo da questo incubo in un mondo trasformato e da trasformare? Proviamo a trovare insieme queste parole.

2 aprile 2020

 

Rinchiusi in casa per evitare la diffusione del contagio, bombardati da un’informazione che, per forza di cose, è diventata monotematica, abbiamo l’impressione di toccare con mano l’impotenza delle parole. Un’impotenza che, tuttavia, assume forme diverse e non sovrapponibili. Da un lato c’è l’impotenza della parole di fronte a qualcosa che è letteralmente indicibile perché ci costringe a confrontarci con il limite invalicabile della nostra mortalità e della nostra incapacità a tutelare chi ci è più caro. Dall’altro c’è l’impotenza, molto più pericolosa sul lungo periodo, di un linguaggio che nella sfera pubblica non riesce a farsi portatore di senso. E ciò appare tanto più drammatico in un momento in cui si è costretti ad assumere o ad accettare decisioni impensate che, come alcuni sostengono, rischiano di mettere a dura prova la tenuta delle stesse istituzioni democratiche. Non è certo una novità di oggi. Già da un po’ di tempo si discute di un generale degrado della sfera pubblica e si cerca di dar conto delle patologie che sembrano ormai quasi inevitabilmente caratterizzare le pratiche comunicative che si svolgono al suo interno. La cacofonia delle voci che si inseguono in questi giorni, favorita anche dall’oggettiva difficoltà della situazione che ci troviamo ad affrontare, ci pone, tuttavia, di fronte ad un compito radicalmente differente, ma proprio per questo ineludibile. Non si tratta, infatti, di limitarsi a diagnosi più o meno soddisfacenti di fenomeni che sono sotto gli occhi di tutti né di proporre una ricetta buona per tutte le stagioni. Tutto ciò finirebbe inevitabilmente per dare per scontato un sostanziale accordo sulla natura del discorso democratico. Quello di cui abbiamo bisogno è, invece, tornare (o cominciare) ad interrogarci su quale sia il modello di democrazia che immaginiamo, quali le caratteristiche salienti che dovrebbe avere la sfera pubblica, quali le inclinazioni e le potenzialità che ci proponiamo di coltivare con le nostre pratiche educative. Con la profonda consapevolezza che tra questi diversi aspetti c’è un legame forte che va innanzitutto reso esplicito e messo al centro di un dibattito serio. Un compito difficile certo, ma che potrebbe rivelarsi una grande opportunità per la salute delle nostra democrazia.

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