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Monica Ferrando - Dialoghi delle ninfe

9 aprile 2020

 

 Stige e Pharmacia 

 

Pharmacia  Da oggi sulla terra è primavera, ma non sembra una primavera come le altre: l’aria è pulita, il cielo libero dalle macchine, se mi avvicino sento gli uccelli cantare felici. Ho voglia di adagiarmi nel vento e raggiungere l’Arcadia fino alla dimora di Stige, sempre intenta alla sua rupe. 

 

Stige  Chi sta arrivando avvolta in un’ala di vento a sconvolgere le fronde delle miei pini? Mi pare di vederci dentro una figura che conosco. 

 

Pharmacia  Stige, solitaria e giusta Stige, sono venuta a farti visita e a chiederti se hai visto cosa sta succedendo sulla terra: certo non sulla tua, ma là dove giacciono, come enormi cadaveri, quelle grandi città che oscuravano il cielo e facevano dei venti e delle piogge aerei letamai. Ora non più. 

 

Stige   Oh sì, certo, ho visto. Lo sai, io vedo lontano e profondo, fuori e dentro i cuori rattristati. Nei centri delle metropoli, e nelle periferie, c’è ora silenzio; e spazio desertico ovunque. Gli abitanti, se così si possono chiamare gli esseri che ci vivono, non sono tutti morti, certo, ma è come se lo fossero: chiusi dentro le loro case, davanti alle loro macchine illuminate guardano e credono, ascoltano e credono; e uno con l’altro si ripetono, incessantemente, quello che hanno visto, ascoltato e creduto. Siccome credono, sono terrorizzati: pensano che il nemico non è più alle porte, né davanti o sopra le loro teste, con quelle macchine volanti che buttano giù oggetti che esplodono distruggendo ogni cosa vivente, come per alcuni fino a pochi mesi fa, ma che ora è dentro di loro, invisibile, impercettibile, nascosto nell’aria delle loro case. 

Forse non si ricordano, ma io sì, eccome, che questo è solo il nemico dell’ultima generazione, quindi non così diverso da quello della prima che, per l’idea subdola di qualcuno, aveva assunto la forma innocente del cavallo, ma era una macchina che furono gli stessi abitanti della città inespugnabile a portare, ignari, dentro le loro mura. Ti ricordi? Io ero lontana, accanto alle rocce della mia sorgente, ma tu certo potevi guardare seduta tra i rami di una quercia le fiamme che da quelle macerie sporcavano il cielo.  

Sembrano destinati a ripetere tutto, anche gli errori. Con tutta la fantasia che noi ancora mettiamo nelle loro menti, certo non in tutte: non nelle menti che obbediscono ai comandi, sentine di fantasmi in cui si lasciano cadere, in balìa di una legge di gravità morale che impone di trattare ogni ostacolo come nemico: combatterlo, vincerlo. Ora che questo nemico ha assunto una forma insospettabile: quella della vita, come combatterlo se non lo vedono perché ce l’hanno dentro? 

Eccoli allora trattare se stessi da nemici l’uno con l’altro: quella frase che una volta gli abbiamo ispirato per metterli davanti alla loro ingiustizia, in quella lingua agreste che sapeva tanto bene evocarci, ed era: homo homini lupus, ora vale ancora in quest’altro modo: homo hominis contagium. 

Nella loro mente resa sospettosa dall’esperienza del cavallo di legno e marcata a fuoco dall’idea fissa della guerra, l’amico è inseparabile dal nemico, che c’è anche quando non si vede, nascosto nell’amico. Ed è una pena vederli mentre si tengono a distanza col viso mascherato come in guerra, guardarsi in cagnesco, come fosse un altro animale chi non protegge gli altri da se stesso. Chi non si considera abbastanza pericoloso per gli altri... oppure lasciare che in nome della salute vengano nelle case a portare via chi sta male, per non vederlo mai più e salutarlo per sempre da una di quelle macchinucce che tengono sempre con sé… A questo si è ridotta la vita che accettano di vivere…

D’altra parte, da come ci hanno trattate, scacciandoci da clandestine, noi perenni abitatrici divine di alberi e sorgenti, rupi e fili d’erba, sassi e onde del mare, custodi, come me, delle acque della giustizia, si capiva che avevano imboccato una strada orrenda di cui ora vedono la meta vergognosa.

Ah, se quando capitavano dalle mie parti – i poeti che amiamo lo sapevano e lo dicevano, ma invano! – avessero imparato a cercare la giustizia in se stessi invece di illudersi che fosse nell’oro, perché con quello potevano comprare il silenzio sulla loro ingiustizia… Non avevano visto coi loro occhi che fine le mie acque facevano fare al metallo che credono incorruttibile perché tutti corrompe? E non avevano imparato nulla dal rispetto che invece riservavo agli zoccoli dei cavalli e delle capre?

 

Pharmacia  Tu parli bene, Stige, le tue parole, goccia a goccia, sono precise come lo scalpello degli scultori quando scolpivano le figure del frontone di quel tempio che qualcuno poi ha rubato e messo chissà dove… Uscivano di città, si sedevano sulle sponde dell’Ilisso e aspettavano in silenzio, tra il canto delle cicale…. Poi finalmente mi vedevano, anche se io non mi ero mai mossa da lì per assistere alle linee di luce sull’acqua; mi contemplavano a lungo e disegnavano su fogli di papiro con tratti che rifacevano le onde luminose e la mia figura compenetrati insieme, quasi sovrapposti. Quando se ne andavano sorridevano sempre come per ringraziarmi. E anch’io gli sorridevo. 

Mi piaceva quello che stavano facendo sulla parte alta di quella città già troppo rumorosa, e soprattutto mi piacevano loro, così attenti alla natura spontanea che avevano intorno – nella loro lingua di allora si chiamava con un nome che indica la crescita delle piante e che mi è sempre tanto piaciuto: physis – e nello stesso tempo così attenti a se stessi, al loro sguardo, che nulla si lasciava sfuggire di quel che riusciva a cogliere, ed era molto, moltissimo: anche me!

Hanno costruito una specie di mondo che chiamano umano ma assomiglia invece a un mondo di insetti. Lo so che non hanno ricevuto dalla natura, come gli animali, una legge che li obbliga ad agire e vivere in un certo modo, quello più adatto a loro, quello e nessun altro, lo so! E perché la natura non poteva tenerli dentro di sé fino a quel punto? Tutelarli da se stessi e garantirli di fare sempre la cosa giusta? Perché, se lo avesse fatto, loro non sarebbero sopravvissuti: troppo deboli dalla nascita per stare completamente nella natura, dovevano trovare proprio nella debolezza naturale, che era in fondo la loro differenza specifica, la fonte della loro legge.

Alcuni di loro, che si ricordavano di come le donne un tempo vivevano, rammentavano ancora quei modi e quei ritmi, pregavano la memoria di non abbandonarli – sai Mnemosyne, nostra madre – di aiutarli a trattare Ἒρως ἀνίκατε µάχαν, eros invincibile, la cosa davvero più difficile per gli umani!

Ora obbediscono per la sola cosa che ormai per loro conti veramente: la vita. Li hanno convinti che non sono più i capi o le idee, ma loro stessi, il bene supremo: che ora si chiama ‘vita’ e basta. Non vedono che è nuda!

Che pena ora vederli così, in preda a un niente che li terrorizza; isolati gli uni dagli altri; privati dell’ultima cosa che gli era rimasta: volersi bene, starsi vicini, consolarsi a vicenda, dirsi una parola buona, farsi una carezza, stringersi la mano, abbracciarsi… Dopo che la grande macchinazione dell’oro gli ha tolto tutto quello che avevano agli inizi della loro avventura su questa terra, i poveri non hanno più physis per consolarsi, il sollievo di bellezza con cui la terra si riveste, costretti come sono a vivere in territori rovinati e malsani, dove in altissime costruzioni abitano piccole stanze tutte uguali, persi in metropoli che li concentrano perché possano lavorare, riprodurre la loro vita che serve solo a produrre cose inutili che i padroni delle fabbriche dove lavorano li convincono, con immagini suadenti, a comprare. Gli uni sempre più miseri, gli altri sempre più potenti anche per via di certe macchinazioni piccole piccole che si parlano a distanza passandosi immagini che catturano lo sguardo come una volta noi catturavamo lo sguardo degli scultori sulle sponde dell’Ilisso… 

 

Stige  Pharmacia! Non vorrai insinuare una anche lontana somiglianza tra questi oggetti che fanno le immagini e noi, che siamo le immagini!  

 

Pharmacia  ma no, Stige! Come potrei! Volevo semmai solo insinuare il fatto che se noi siamo l’originale questi oggetti sono la nostra triste ma comica parodia. A loro ora piacciono le copie più dell’originale, che non sanno ormai nemmeno più cos’è.

Non sanno fare altro che copiare physis da fuori, come fosse un oggetto a loro disposizione, senza prima sentirla dentro se stessi e solo dopo provarsi nel fare. La grande macchinazione, come una brutta copia di physis, è tossica, lurida, ingiusta, si rompe, nessuno ha più voglia di abitarla, neanche loro che l’hanno fatta… 

 

Stige Certo era difficile stare dentro physis, saperla imitare immedesimandosi in lei senza illudersi e pretendere di avere da lei la regola assoluta e costante per capire come farlo, anche se il nostro aiuto non sarebbe mai mancato. Hanno preferito trattarla da nemica da vincere fingendo di obbedirla: pensano di averla vinta. Noi sappiamo che si sbagliano ma a questo punto li lasceremo fare, non è vero? 

 

Pharmacia  Lasceremo fare quelli che l’hanno voluto. Agli altri staremo vicine perché siamo in mezzo a loro, alla loro portata; e anche se non ci vedono come una volta, ci sentono: siamo nelle sillabe delle loro parole, nelle pause, negli accenti, nelle cadenze, nei toni, nei timbri, nei ritmi e nei modi, quando le loro parole e i loro canti non devono servire a nient’altro che a farli volare nell’aria come gli uccelli, che quelli tra loro che noi amiamo tanto vorrebbero essere. 

 

Stige  Nell’unico modo in cui è possibile agli umani, lo sono stati e continueranno a esserlo. Uccelli nel vento comune della voce che è il loro respiro. Sono gli unici a conoscere il nomos umano. Sai, quella specie di senso che anche physis possiede in forme infinite, che per gli umani è leggermente ma intimamente diverso. Simile a physis ma con qualcosa in più che lo distingue: una strana capacità o facoltà di sentire nell’altro tuo simile lo stesso sentimento o dolore o sensazione che si sente in sé stessi. 

È interessante anche per noi, che umane non siamo ma spesso ne abbiamo la figura, cercare di comprendere più da vicino questi esseri. 

Ce l’hanno nel cuore, il giusto, ma spesso è come se non volessero crederci, anche perché l’uno con l’altro fanno a gara per ostacolarsi offrendosi una giustizia già pronta, quando si tratta invece di un’essenza contenuta in un’ampolla che ciascuno deve aprire da sé – perché ogni essere umano, proprio per poterla far annusare agli altri, ne ha una fatta apposta per lui, per coincidere con la sua anima, come le due metà di un oggetto infranto.

Mi ricordo di un poeta con intensi occhi neri che parlava di una porta che restava aperta davanti a un uomo esattamente quanto la sua vita, ma che costui non poteva varcare, perché solo in punto di morte avrebbe capito che quella porta era solo per lui e per nessun altro. E comunque bisogna dire che quell’uomo, quel contadino, non aveva fatto altro, nella sua vita, che vivere davanti a quella porta e quindi senza mai fare del male… solo i poeti hanno capito questa cosa semplicissima, perché sanno di dover seguire la natura, ma secondo ritmi e modi che la natura dà solo a loro esseri umani e a nient’altro. Perché essi sentono l’esterno dal loro interno… 

Un altro poeta ha immaginato di viaggiare da vivo tra i morti per interrogarli, e da questa esperienza di discesa e risalita è poi sbucato in un giardino dove c’eravamo tutte noi, non solo tu ed io, ad attenderlo. Noi, capisci? E lui, autonomo, libero ormai da ogni aboulia, sacerdote e re di se stesso, ecco che riusciva finalmente a vederci, e a riconoscerci.


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