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Diario della crisi

È possibile trovare le parole per esprimere lo smarrimento che proviamo, in questa sospensione del tempo attraversata da vertiginosi cambiamenti? Per dare voce all'esperienza della separazione dai nostri prossimi, che pure ci accomuna a tutti gli abitanti del pianeta? Per restituire le domande che ci poniamo, immersi in una sfera cognitiva dissonante, con la sensazione che ci sveglieremo da questo incubo in un mondo trasformato e da trasformare? Proviamo a trovare insieme queste parole.

Marcello Massenzio - Ri-significare la crisi

22 marzo 2020

Parto da una considerazione ovvia: tutte le situazioni in cui l’ordine vigente è posto in grave crisi impongono una soluzione di continuità delle normali forme d’esistenza collettiva, che può evocare il fantasma di un’apocalisse prossima ventura nel caso in cui i meccanismi di controllo del pericolo incombente non palesano (o tardano a palesare) la loro efficacia risolutiva. È quanto stiamo sperimentando in questo periodo oscuro, in cui il nostro sistema di vita è radicalmente sconvolto di fronte al dilagare di un’epidemia che appare particolarmente inquietante e insidiosa: ciò perché essa è generata da un agente ignoto e, come tale, ingovernabile con i messi a disposizione, e perché la sua diffusione ha assunto un carattere planetario. I provvedimenti restrittivi adottati dalle autorità competenti riducono al minimo la nostra libertà di movimento, impediscono il normale esercizio delle nostre attività lavorative e produttive (fino a quando non è dato sapere) e, soprattutto, limitano al massimo le forme di socializzazione: ognuno di noi è trasformato in una sorta di monade, priva di apertura verso l’esterno.

Una simile “vita-non vita” mutilata, deprivata dei contatti interpersonali suscita in noi allarme e malessere e, tuttavia, finiamo per giustificarla e accettarla nella misura in cui comprendiamo che la limitazione dei nostri diritti non è dettata da intenti meramente repressivi delle libertà democratiche. Non stiamo assistendo a “una prova generale di repressione globale”, ma – come ha osservato con la consueta lucidità Gustavo Zagrebelsky (“La Repubblica”, 21 marzo 2020) – siamo di fronte a «misure a favore della più democratica delle libertà: libertà dalla malattia e dalla morte». «Quale diritto è più fondamentale del diritto di tutti alla vita e alla salute?». Una simile consapevolezza non ci esime, tuttavia, dall’assumere un atteggiamento vigile, affinché non venga mai meno il rispetto della dignità umana e non sia in alcun modo violato il principio di uguaglianza.

In una situazione di questo tipo l’impegno a “resistere”, a non abdicare a noi stessi, richiede uno sforzo etico supremo. Non è agevole, ma non è impossibile porre un argine al malessere e allo sconforto che rischiano d’invadere il nostro spazio interiore, devastandolo: in questa prospettiva è salutare fare appello – ben più di quanto si è soliti fare – ai valori fondanti la nostra civiltà, radicati nella memoria storica (riassumibili nella triade liberté, égalité, fraternité) rinverdendoli, ripensandoli alla luce del presente. Occorre, in particolare, potenziare l’esercizio del pensiero critico, che consente di stabilire la necessaria distanza tra noi e la crisi, condizione indispensabile per poterla oggettivare, evitando il rischio di esserne travolti: in ciò risiede una delle sfide più ardue che oggi siamo chiamati ad affrontare. In questa prospettiva una sintetica riflessione d’ordine storico-culturale può essere di qualche utilità.

La crisi è parte costitutiva – e, quindi, ineliminabile – della condizione umana, sia essa di natura esistenziale ovvero determinata da fattori esterni; da questa presa di coscienza scaturisce la tensione etica volta al superamento della crisi, in cui prende forma la volontà umana di “esserci”, contrastando la pulsione di morte. La dinamica crisi/riscatto è una costante antropologica che attraversa la storia di tutte le civiltà (De Martino docet): queste ultime differiscono tra loro in base alla scelta delle modalità operative funzionali al conseguimento del riscatto.

Nelle civiltà in cui l’orizzonte metastorico proprio della religione e della magia domina la vita culturale, una calamità di proporzioni simili a quella che stiamo affrontando è sottratta, di norma, alla dimensione della contingenza storica per essere trasferita e vissuta collettivamente a un livello “altro”. Ciò permette di ri-significarla: si dirà, ad esempio, che lo sconvolgimento dell’ordine prodotto dalla calamità è la conseguenza di una “colpa mostruosa” commessa dagli uomini, consistente nel mancato rispetto delle prerogative divine. Da qui la ricerca di espiazione tendente a ripristinare il corretto rapporto umano/divino e, di riflesso, a restaurare l’ordine, eliminando il male dal mondo. (Ci sia perdonata l’eccessiva semplificazione). 

Nella civiltà occidentale moderna alla prospettiva religiosa si è affiancata la prospettiva laica, che ha finito per occupare la posizione predominante; quest’ultima esclude la mobilitazione del pantheon, il ricorso all’orizzonte del sacro. La crisi resta ancorata al piano della concretezza storica e richiede la mobilitazione del sapere scientifico, frutto del primato del logos sul mythos, l’unico in grado di riportare la situazione nei binari della normalità. È un sapere che nasce dalla ricerca e dalla sperimentazione e che, per combattere i fattori di crisi ignoti, deve nutrirsi di ulteriori ricerche, di ulteriori fasi di sperimentazione, la cui durata non può essere imprigionata entro limiti temporali prefissati. Affidarsi alla scienza significa rispettarne i tempi, accettare consapevolmente l’attesa.

Ecco uno dei punti più delicati: il tempo sospeso dell’attesa deve essere riempito di senso, proprio perché può, inavvertitamente, lasciare spazio all’angoscia e alle insidie della déraison. Non c’è nulla che dia senso più della lettura dei classici, riserva inesauribile di stimoli per una salutare immersione in noi stessi, nelle zone dell’animo meno esplorate e, contestualmente, per una diagnosi lucidamente spietata del contesto politico- sociale dei nostri tempi.

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