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Diario della crisi

È possibile trovare le parole per esprimere lo smarrimento che proviamo, in questa sospensione del tempo attraversata da vertiginosi cambiamenti? Per dare voce all'esperienza della separazione dai nostri prossimi, che pure ci accomuna a tutti gli abitanti del pianeta? Per restituire le domande che ci poniamo, immersi in una sfera cognitiva dissonante, con la sensazione che ci sveglieremo da questo incubo in un mondo trasformato e da trasformare? Proviamo a trovare insieme queste parole.

Silvia Vegetti Finzi – Distanze e vicinanze: verso nuovi orizzonti di relazione

Intervista a cura di Giulia Battistoni
10 aprile 2020

Silvia Vegetti Finzi, già Professoressa di Psicologia dinamica presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Pavia, è stata membro del Comitato Nazionale di Bioetica, dell’Istituto degli Innocenti di Firenze e della Consulta Nazionale per la Sanità. I suoi interessi si rivolgono alla storia e alla teoria della psicoanalisi, con particolare riguardo all’identità femminile e al ruolo delle passioni nella costruzione dell’ordine simbolico. Si è interessata allo studio dei rapporti familiari e allo sviluppo psicologico dall’infanzia all’adolescenza. È attualmente promotrice del progetto Natalità coordinato nella Provincia di Modena dall’Associazione Servizi Volontariato in rete con soggetti pubblici e privati del territorio.

D. Professoressa Vegetti Finzi, vorrei iniziare questa intervista chiedendole una riflessione sulla famosa metafora schopenhaueriana del porcospino, che si riferisce al paradosso delle relazioni umane, per cui sia la troppa vicinanza sia la troppa lontananza tra individui risulta nociva.
In questo momento di emergenza dovuto al coronavirus si stanno verificando entrambe le situazioni: da un lato, la vicinanza forzata, basti pensare alle famiglie numerose costrette a condividere spazi limitati e tante ore del giorno, in cui normalmente ognuno è impegnato in proprie attività ed è fuori casa; dall’altro lato, la lontananza forzata, basti pensare a coppie costrette a trascorrere il periodo di quarantena distanti, genitori e figli in città diverse ecc. In questa situazione, come è possibile trovare allora quella moderata distanza che ci permette di non ferirci vicendevolmente e di non soffrire in solitudine?

R. L’aut aut di Schopenhauer non è mai stato così attuale e al tempo stesso contraddittorio. L’ordine impartito dalle norme di emergenza per la pandemia Covid-19, “state vicini e state lontani”, costituisce infatti un doppio legame piuttosto disorientante. L’antinomia delle posizioni si riferisce a una suddivisione di spazi piuttosto artificiale – lontani fuori, vicini dentro, distanti nel pubblico, prossimi nel privato – cui gli abitanti di un Paese mediterraneo come il nostro, che non ha il culto della privacy, hanno immediatamente reagito con la valorizzazione degli ambiti intermedi: davanzali, balconi, terrazze condominiali, ballatoi, pianerottoli, rampe dei box. La detenzione forzata ha riscoperto luoghi interstiziali, subito utilizzati dai condomini per conversare, suonare, cantare, brindare, esporre lampade e bandiere, permettere ai bambini di giocare per così dire all’aperto.

All’inizio, nel momento dell’ansia diffusa, questi interspazi hanno funzionato da ammortizzatori rispetto all’impossibilità di uscire dal proprio appartamento e di entrare in quelli altrui. Una clausura tanto più penosa in quanto la minaccia colpiva tutti e non aveva senso affrontarla da soli. I pericoli comuni richiedono scambi verbali e interazioni emotive. Gli incontri improvvisati in spazi inconsueti hanno infranto i normali, superficiali rituali di condominio suscitando manifestazioni di allegria, talora di euforia, destinate a spegnersi man mano che l’emergenza si rivelava tragica, la diffusione del virus incontrollabile, le strutture sanitarie inadeguate, il futuro oscuro. Il progressivo diffondersi di uno stato d’animo depressivo mostrava che l’ansia diffusa era stata sostituita dalla paura, una reazione istintuale rivolta a un oggetto, finalizzata a uno scopo, espressione di pulsioni di sopravvivenza di sé e degli altri. In prima istanza è la paura che favorisce i processi di adattamento, consentendoci di accettare le imposizioni di distanziamento sociale e prossimità familiare imposte da norme eccezionali.

Sappiamo che tutti i cambiamenti esterni provocano mutamenti interni e che non è facile abbandonare comportamenti abituali, stereotipi mentali, automatismi consolidati. Eppure non ci sono state reazioni eccessive, stati d’animo di sgomento, di spaesamento, gesti di sconforto e ribellione, nulla di ciò che avremmo potuto attenderci. Credo che questo conformismo costituisca l’esito di processi di lunga durata. Processi storici che hanno scomposto l’unità e la persistenza dell’identità per cui il soggetto della tarda modernità ci appare ora particolarmente attrezzato a vivere una divisione radicale degli spazi e di tempi, una coatta alternanza di vicinanza e lontananza.

D. Grazie, Professoressa, per questa Sua risposta, che mi permette di introdurre la seconda domanda: di fronte a questo doppio legame disorientante che ci troviamo ora a vivere, quali “strumenti” possiede l’Io per adattarsi a questa condizione di vita?

R. Freud, ricollegandosi a Schopenhauer, frammenta l’apparato psichico in tre istanze, Es–Io–Super-io, interconnesse e conflittuali. Jung pone come essenziale il processo d’individuazione, mentre Lacan disloca ulteriormente l’Io nella formula “Io sono dove non penso e penso dove non sono”, per cui l’identità è sempre altrove. L’Ego contemporaneo appare quindi nomade e provvisorio, esito di processi di frammentazione, scomposizione e spostamento. L’identità tardo moderna, costituita come un poliedro plastico, snodabile, a più facce, risulta funzionale a una società complessa, che richiede a ciascuno prestazioni differenziate, comportamenti diversi, atteggiamenti plasmati a seconda dei contesti e delle circostanze. In questo senso l’Io multiplo appare irrinunciabile. Abbiamo visto infatti come risulti disponibile al cambiamento, favorevole all’adattamento.

Al tempo stesso, però, la mancanza di un riferimento identitario provoca elementi di anarchia che si riflettono tanto sulle istanze psichiche quanto sulle organizzazioni sociali rendendole ingovernabili. Una forma di disagio della civiltà di cui la cultura del ‘900 ha rappresentato, in ogni ambito, gli aspetti tragici. Ora, in tempi di pandemia, quando l’eccezionalità ha sostituito la normalità e tutto appare provvisorio, un nuovo bisogno di comunità sembra offrire la possibilità di comporre i conflitti e di armonizzare le parti. La percezione della fragilità personale e della vulnerabilità del mondo apre all’alterità la corazza dell’Io e del Mio sino al sacrificio personale. Nuove forme di attenzione, di empatia e di amore rivelano una inattesa capacità di coesione di sé e della società. Una disponibilità indotta dall’emergenza che, senza garantire l’avvento di un Uomo nuovo e di un mondo migliore, ne fa tuttavia balenare la possibilità.

D. Come Lei ha messo in luce nel volume L’età incerta. I nuovi adolescenti (Milano, 2000), l’adolescenza è di per sé un’età difficile, in cui si manifestano quelle inquietudini che accompagnano l’adolescente nel suo cammino verso la creazione della sua identità personale, facendo da un lato tesoro dell’insegnamento dei genitori, dall’altro emancipandosene. Quali conseguenze può avere una situazione come quella che stiamo vivendo sugli adolescenti e che ruolo vi svolgono le nuove tecnologie?

R. Il libro qui citato, L’età incerta. I nuovi adolescenti, scritto vent’anni fa con Anna Maria Battistin, si conserva attuale per quanto riguarda le strutture di fondo e le dinamiche evolutive fondamentali, ma nel frattempo molte cose sono cambiate. La diffusione dei giochi multiplayer, dei cellulari, degli smartphone, l’uso delle chat, di Skype, di Instagram, le connessioni in Streaming, i gruppi di WhatsApp, l’uso coatto di Selfie e altro ancora hanno dislocato molte interazioni dallo spazio reale a quello virtuale. Una transumanza che sino a poco tempo fa ha destato ansie e timori, colpevolizzato i ragazzi, introdotto mille dispositivi di blocco e d’intercettazione dei loro dispositivi. Sembrava che la Rete dovesse inghiottire una generazione in un gorgo senza fondo.
Matteo Lancini, nel libro Il ritiro sociale negli adolescenti. La solitudine di una generazione iperconnessa, giunge ad affermare: «A un certo punto, pure l’assenza delle relazioni virtuali è diventata segnale di disagio…».

Ora, la chiusura delle scuole e il trasferimento delle lezioni on-line ha provocato un esito imprevisto e imprevedibile: la “legalizzazione” della Rete, la promozione delle connessioni, lo “sdoganamento” dello spazio virtuale, spesso demonizzato dagli educatori e considerato patologico dai medici. In fondo è avvenuto ciò che gli internauti si aspettavano: l’estensione delle comunicazioni on-line a tutte le interconnessioni – all’apprendimento, al lavoro, al commercio, alla cultura, alle comunicazioni private, ai messaggi segreti –, per cui nulla in quest’ambito sembra più improprio, disfunzionale, trasgressivo e asociale. Il ritornello “Sempre connessi e sempre soli” non vale più da quando i ragazzi sono sì collegati ma non certo soli avendo accanto, da mane a sera, più o meno numerosi familiari.

È vero che rimpiangono la scuola, i compagni, persino gli insegnanti più insopportabili, ma nel frattempo apprezzano la nicchia imposta dalle circostanze. Alla “boccata d’aria”, che non si nega neppure agli ergastolani, corrisponde il permesso di ritirarsi in una zona riservata, come la cameretta o il bagno, ove è possibile comunicare con i coetanei al riparo da familiari incombenti, sguardi insinuanti, ascolti impertinenti, commenti esasperanti.
Paradossalmente, quello che a noi sembra clausura, per loro è una conquista di libertà. Non stupiamoci quindi che i genitori li riconoscano migliori del previsto: più tranquilli, tolleranti, premurosi e gentili di quanto avrebbero mai potuto sperare. È vero che come tutti sono in gabbia ma vi è un altrove in cui possono volare. Nel frattempo, molti genitori si rallegrano di avere i figli accanto come non era mai accaduto prima, e di riuscire finalmente a parlare e a conoscersi. La fretta è stata sostituita dalla pazienza, le minacce e le esortazioni dall’ascolto, beneficio secondario di una catastrofe ambientale.


D. Come Lei sottolinea nei Suoi lavori, i nonni e le nonne hanno acquistato nella società attuale un ruolo essenziale all’interno della famiglia, prendendosi cura dei nipoti quando entrambi i genitori devono dedicarsi al lavoro. In una situazione in cui i bambini devono rimanere in casa con i loro genitori ed evitare i contatti con i nonni e le nonne per scongiurare il rischio di contagio, ritiene che, una volta usciti da questo periodo di emergenza, il rapporto educativo nonni-nipoti risulterà modificato, e se sì in che modo?

R. I grandi vecchi ci stanno lasciando senza che i figli li possano abbracciare, i familiari salutare, la comunità celebrare. La quarantena ci impedisce di compiere i rituali del cordoglio pubblico e la condivisione privata del dolore. Escono così in silenzio, dalle pagine della storia, coloro che hanno vissuto gli eventi più importanti della modernità: i totalitarismi, il razzismo, la seconda guerra mondiale, il miracolo economico, l’urbanizzazione, l’industrializzazione e, da ultimo, il crollo del muro di Berlino, l’attacco alle Twin Towers, la crisi economica e infine questa terribile pandemia. Una generazione che ha dato tanto al nostro Paese: la ricostruzione, un benessere diffuso, la promozione culturale e sociale dei figli e, soprattutto dopo la crisi d’inizio secolo, sostegni economici, organizzativi e affettivi.
Certo avrebbero avuto molte cose da dirci, ma non li abbiamo ascoltati. Non c’era tempo. Altri obiettivi, altri appuntamenti ci attiravano lontano da loro: i soldi, la carriera, il successo. Ora siamo immobili nel tempo fermo della quarantena e possiamo riconoscere le occasioni perdute.

Il “dopo” sarà diverso? Sapremo affermare i veri valori, darci tempo, riconoscere che nessuno si salva da solo, che abbiamo tutti bisogno degli altri?
Non so, credo che non si cambi per necessità ma per intima convinzione.

 


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