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Diario della crisi

È possibile trovare le parole per esprimere lo smarrimento che proviamo, in questa sospensione del tempo attraversata da vertiginosi cambiamenti? Per dare voce all'esperienza della separazione dai nostri prossimi, che pure ci accomuna a tutti gli abitanti del pianeta? Per restituire le domande che ci poniamo, immersi in una sfera cognitiva dissonante, con la sensazione che ci sveglieremo da questo incubo in un mondo trasformato e da trasformare? Proviamo a trovare insieme queste parole.

Stefania Pietroforte - Orribile vecchiaia

22 luglio 2020

 Alle sette e mezza Mariolina ancora non s’era vista. E nemmeno alle otto. 

-Ma che sarà successo qualcosa? Si domandò Titina. Lei con gamba e braccio così ridotti non ce la faceva ad alzarsi da sola. Ad essere sinceri, non ci aveva neanche mai provato. Perché prima il dottore e poi tutti gli altri le avevano raccomandato di non farlo, troppo rischioso. E se fosse caduta? -Sai che frittata! Si diceva da sola. Ci mancava pure quello! Come se già non ne avesse abbastanza di guai! Da più di un anno combatteva le conseguenze di un incidente stradale dal quale era uscita viva, ma mezza rotta. Sotto quel colpo tutto aveva fatto “crac” e le sue ossa, fragili come quelle di un pollo arrosto, si erano spezzate in mille pezzi. Le costole avevano galleggiato per mesi e mesi nel torace, gamba destra e braccio destro si erano storti che faceva impressione a guardarli. Fratture scomposte, le avevano detto. Ma si vedeva a occhio nudo che erano scomposte! Il dolore era stato fortissimo e sulle prime, data l’età, non sapevano se ce l’avrebbe fatta. Lei non era svenuta, non aveva mai perso i sensi, era rimasta vigile e presente a sé stessa. Lo schock era stato violento per cui quando la soccorsero, che stava ancora vicino all’automobile, non riuscì subito a parlare. Ma che non era confusa lo si vide immediatamente, perché malgrado la paura e il dolore che già era divampato, indicò con precisione dove e come la macchina l’aveva urtata e reclamò, con sveltezza di gesti insolita a quell’età, che la colpa non era sua ma di quel disgraziato che non sapeva guidare.

    Adesso aspettava Mariolina che l’avrebbe aiutata ad alzarsi, a lavarsi e vestirsi e poi avrebbe accompagnato lei e Mimina, la compagna di stanza, in sala per la colazione. Da quando stava al San Luigi, la casa dei vecchi come la chiamava lei, Mariolina era una presenza costante. Si metteva in attesa tutte le mattine finché non arrivava e Mariolina non la faceva aspettare, era puntuale, la salutava, le sorrideva e –Su! su! Che è una bella giornata!- apriva le ore dell’attività con energia, con la voglia di fare, e Titina si sentiva contenta di questo, partecipe di una vita della quale lei e gli altri ospiti della Residenza erano il centro. Non pensava più, Titina, all’incidente, se non come a cosa passata, un guaio, sì, ma che poi era finito. Quello che invece non era finito, ma era solo cominciato, era ciò che era venuto dopo, quello che s’era messo in moto nella sua testa e l’aveva spinta a un passo così importante.

    Per alcuni giorni Titina si era sentita in quello stato in cui tutto può succedere. A ottant’anni poi, o giù di lì, una botta così forte ti fa sentire che il confine è vicino, che a passare ci metteresti poco. E se non succede non sai neanche tu bene perché. Problemi respiratori, trombi, ipertensione, erano cose che sentiva dire ai dottori vicino al suo letto d’ospedale. Ma non reagiva a quelle minacce non perché non le temesse, ma perché ne sentiva dentro di sé una più forte e pervasiva, come un potere che s’era abbarbicato al cuore, al respiro, alle viscere e la strapazzava e l’ammoniva: -Attenta! Attenta! Poi l’ansia s’era placata e Titina aveva riacquistato sicurezza. Era successo però che quanto più si tranquillizzava che non fosse venuto il suo momento, tanto più si creava lo spazio nella sua mente per un pensiero cupo e insistente. Vero che ora stava meglio, vero che il peggio poteva accadere ma non era accaduto. Ma se invece di morire fosse rimasta paralizzata? Se al posto della morte le fosse toccata quella sorte peggiore, di essere impedita o, peggio, di perdere la capacità di ragionare, magari di parlare? Si affacciava sempre più vicino il pensiero che per la maggior parte degli uomini rappresenta lo spauracchio più grande: la menomazione.

    Non si arriva a ottant’anni senza aver riflettuto più di una volta sul fatto che quella condizione, che suscita pena e domande quando la vediamo nel corpo e nell’anima del nostro prossimo, potrebbe riguardare anche noi. Neanche se a quell’età, un tempo ritenuta veneranda e oggi considerata forse il taglio del primo nastro della vecchiaia, ci si arrivi in buona salute come c’era arrivata Titina. Bisogna riconoscere, però, che prima dell’incidente lei la cosa non se l’era figurata sul serio, ma l’aveva pensata –e neanche tanto spesso- solo come una remota possibilità, appartenente a quel mucchio di cose che si dicono, che non si possono negare, ma che poi mai si faranno. Restare invalida, paralizzata, immobile in un letto, sragionare, non negava che potesse accadere anche a lei. Ma le sembrava così poco reale, probabile, verosimile, come se qualcuno le avesse detto che sarebbe andata in America, lei, proprio lei che non era andata mai fuori dal suo paese, se non a Roma, a quaranta chilometri da lì, e tutto il resto del mondo e delle cose che del mondo si dicono lo aveva saputo dalla tivù, la sera dopo cena. Invece, dopo l’incidente, ci pensava sempre, tutti i giorni, e si immaginava di trovarsi già così ridotta, come se quella eventualità così lontana fosse adesso imminente, incalzante e le portasse una insicurezza che così non aveva mai conosciuta prima, un senso di essere esposta al pericolo che lei non sopportava, libera come era stata sempre da paure. Rifletteva, tra sé e sé, a come sarebbe tutto cambiato se quel fulmine l’avesse davvero colpita. Oggi era lei il capofamiglia. La casa dove viveva con il figlio Domenico e sua moglie era sua. Era lei a ospitarli, da quando si erano sposati. Suo figlio! Un buono a niente che lavorava a giornata nell’edilizia e non era riuscito a vivere senza appoggiarsi a sua madre in tutto e per tutto. La moglie, poi, si era accomodata dietro di lui e mai le era saltato in mente che potessero condurre un’esistenza per conto loro, con le loro forze. Si salvava solo Matilde - che viveva con la sua bambina, una delizia di nipotina che Titina ci stravedeva- che a differenza dei genitori da anni si manteneva e provvedeva anche a Franceschina, dato che il padre lo aveva dovuto cacciare. Non era stata fortunata Matilde con quell’uomo, ma aveva dimostrato che sapeva badare a se stessa quando lo aveva buttato fuori di casa la prima volta che lui aveva alzato le mani. Sì, era in gamba Matilde. Ma aveva le sue preoccupazioni. Se la nonna si fosse ammalata, non l’avrebbe abbandonata, ma sarebbe stato un bel sacrificio far fronte pure a quello. Se si fosse ammalata, che avrebbe fatto suo figlio? Niente avrebbe fatto. Avrebbe lasciato fare alla moglie. E Patrizia era nuora e non figlia, stava da sempre sotto di lei. Come avrebbe reagito, se fosse stata costretta a badare la suocera menomata? Titina non temeva che le sarebbero mancate le cure materiali. Con la sua pensione e l’indennizzo dell’assicurazione dell’incidente adesso stavano più tranquilli di prima. Erano i sentimenti, che le facevano paura. Già s’immaginava la commiserazione di amici e parenti per quel peso che si era rovesciato sulla nuora. L’insofferenza di lei di doverla sopportare ora non più come quella che comandava in casa, ma come una piaga che condizionava la loro vita quotidiana, sempre sopportarla, sempre sopportarla! Le lamentele che avrebbe sbattuto in faccia a Domenico e l’indifferenza di lui, la sua incapacità di difendere la madre e di difendersi dalla moglie altro che uscendo di casa e mettendosi a distanza. E lei? E Titina? Avrebbe subìto tutto questo fino alla fine dei suoi giorni? Avrebbe scontato amaramente tutti i malumori che, vivendo insieme, aveva tenuto premuti sotto il coperchio, a bollire senza esplodere, un anno dopo l’altro, un giorno dopo l’altro, con la forza che quelli, suo figlio e sua nuora, non avevano per riscattarli, con la forza sotto la quale si riparavano, e che senza saperlo temevano e odiavano?

    Simili fantasticherie andarono avanti e indietro nella sua mente con sempre maggiore insistenza. Era un turbamento profondo, che non passava col trascorrere dei giorni, e decise di parlarne con Marianna, la sola persona con la quale si confidasse. La sorella ascoltò senza domandare. Titina spiegava bene i suoi pensieri. Marianna conosceva la situazione e capì subito il suo tormento. Sapeva che Titina non era una che parlava tanto per sfogarsi, per cui alla fine le chiese: -Perché mi dici queste cose? Che intenzioni hai?

-Ho pensato di andarmene al San Luigi, disse Titina, sai la casa per i vecchi subito fuori dal paese? Ho sentito dire che li trattano bene e non costa troppo. Per un po’ di tempo posso pagare con i soldi dell’assicurazione e poi c’è la pensione. E poi …

-E poi? Chiese ancora Marianna. –E poi chi sa se campo ancora! C’ho quasi ottant’anni! Vorrà dire che se mi serviranno tutti i soldi per il San Luigi, il funerale lo pagheranno i figli. Gli lascio la casa, potranno pure pagare la tassa dei rifiuti!

-Ma che rifiuti e rifiuti! –disse Marianna e che non apprezzava quello humor nero. –Piuttosto, tuo figlio la sa questa bella pensata? Lo sa che te ne vuoi andare all’istituto? È d’accordo con quello che vuoi fare?

No, Domenico non lo sapeva e certo non lo avrebbe approvato. Niente avrebbe approvato che cambiasse lo stato delle cose. Domenico non avrebbe neanche capito le ragioni di sua madre e avrebbe pensato che era sbagliato sotto tutti i punti di vista. Anzitutto, che avrebbero detto che metteva la madre dentro un istituto? E poi, come se la sarebbero cavata lui e Patrizia senza Titina e la sua pensione?

-Non deve decidere Domenico, precisò Titina. –Sono io che lo voglio e decido per me. Ma tu hai capito sì o no perché lo voglio fare?

-Ma certo che l’ho capito! Figurati! Però, andare via da casa …vivere tra estranei … dipendere da gente che ti bada per soldi …

-E quello voglio, io! Che uno mi bada per soldi e non per rabbia!

-E quando vuoi vedere tua nipote e la bambina? Devi aspettare che ti vengano a trovare e loro devono avere il tempo e il modo. Se stai a casa tua possono passare in qualsiasi momento a farti un saluto, a farti vedere come cresce Franceschina! Così invece …

Quel colpo Titina l’accusò. Adorava Franceschina e Matilde, che lo sapeva, gliela portava spesso per un saluto o a pranzo la domenica. Non sarebbe più stato così. Lo aveva sentito subito come una rinuncia dolorosa. Ma l’orgoglio era più forte. L’orgoglio, diceva Titina a se stessa. Ma poteva escludere che fosse, invece, la paura? Paura di trovarsi, lei ormai debole, a essere trattata con intenzione non serena, insofferente, colpevolizzante, con quella sufficienza, insomma, che nasconde dentro di sé un ché di maligno, di voler far male. Diventare oggetto di sentimenti del genere, come avrebbe potuto sopportarlo? Non doveva cercare adesso il modo di scampare a ciò che più temeva, l’umiliazione? Meglio mani pagate, si diceva e diceva a Marianna, anche se sarà necessario rinunciare a un po’ d’amore.

    Quelle mani pagate non erano state poi così tremende, se pensava a Mariolina. Il San Luigi era una casa per vecchi con pochi soldi. Vecchia era pure la struttura. Quello che chiamavano parco era un giardino poco curato. I bagni non sempre puliti come si deve, checché ne dicesse Ignazia che li ripassava cinque volte al giorno. Il mangiare, poi, non era per niente buono, preparato in casa, sì, ma alla rumena e la pasta non era mai come si deve, troppo cotta, troppo grasso, troppo sciapo. Però il personale era gentile, le ragazze educate, difficile che scappasse una parola di troppo. Mariolina poi –Titina era stata fortunata- era proprio ‘na brava guagliona, come diceva la caposala. Adesso l’aspettava con un po’ di trepidazione, perché era con lei che aveva inizio la giornata. Ma erano già le otto e mezza e Mariolina non si vedeva. Avrà avuto problemi con la macchina? Era successo un’altra volta, ma era stata lo stesso puntuale. Intanto Mimina si era svegliata e cominciava a smaniare. –Mimì, Mimì, sta buona che adesso arriva qualcuno. Mo’ viene Mariolina. Mimina si agitava tra le lenzuola, voleva scendere dal letto. –Stai buona, Mimì. Da sola non ti devi alzare, lo sai. Io pure mi voglio alzare, diceva Titina cercando di convincerla, ma dobbiamo aspettare Mariolina. Però il tempo passava e nessuno veniva in aiuto delle donne.

Erano quasi le dieci quando entrò Antonietta dell’altro corridoio. –Ma che è, non c’è Mariolina? Chiese Titina adesso preoccupata. –Mariolina oggi non viene, disse Antonietta. Poi anticipò la domanda di Titina: -Sta poco bene. Oggi a voi due ci penso io. Va bene? –Certo che va bene, rispose Titina, basta che ci alziamo! Antonietta la conoscevano, ma non era la stessa cosa che Mariolina. Brava pure lei, eh! Però Mariolina era carina, di faccia, di modi, aveva sempre una parola gentile, sapeva capire se quella era una giornata difficile, lasciava correre se erano state troppo insistenti. Si metteva un po’ dalla parte loro, Mariolina, sebbene fosse così giovane. Sembrava partecipare degli affanni di quelle donne anziane che si rimettevano a lei per ogni necessità, che la volevano costantemente in aiuto, ma che, quando sentivano che lei non rispondeva alle richieste o anche solo tardava a soddisfarle, erano pronte a sentirsi subito tradite, a commentare con la compagna di stanza che sì Mariolina era brava, pure lei, però, voleva finire la sua sigaretta, stava sempre con quel cellulare. Mariolina lo sapeva e proprio non se la prendeva. –Le nonne, spiegava a Antonietta, sono così. Ci vogliono tutte per loro! Noi riempiamo la loro giornata. Non solo perché le accudiamo. Ma perché siamo i loro parenti, gli amici, i nipoti che non possono avere vicini. Si accontentano di noi. Ma se poi hanno la sensazione che neanche noi ci siamo, allora per loro è dura e si arrabbiano. -Dici bene tu, faceva Antonietta, come se il nostro non fosse un lavoro, non fosse un mestiere che facciamo per vivere, per guadagnare. Mica sono nostri ‘sti vecchi. Io i miei li curo da me. A questi i parenti non ci vogliono pensare. Ti sembra giusto? Pure a me mi fanno pena, che ti credi. Mariolina non rispondeva, non sapeva dire che la sua non era pena. Quelle vite tanto vissute e adesso di nuovo così fragili, quello stare al mondo che aveva abbandonato tante preoccupazioni per tornare a sentire il bisogno struggente di affetto immediato, di dolcezza, di conforto, suscitavano in lei una cura, una vicinanza premurosa che lei non distingueva dal suo mestiere. Pensava, Mariolina, che i soldi dello stipendio –che le erano necessari per vivere- fossero in cambio del tempo che dedicava a questa cura. Perché la cura aveva bisogno di tempo e questo le veniva pagato. Ma la cura, no, quella propriamente non era pagata. Quella semmai era ripagata e non dal San Luigi, ma da Titina, da Mimina, da tutti loro, con il loro bisogno riconosciuto, con l’affidarsi a lei, con quella dipendenza elementare ma fortissima che sentivano e che pure lei sapeva. Come avrebbe potuto Mariolina spiegare tutto questo e forse altro, se stentava a pensarlo con chiarezza pure lei? Non avrebbe saputo farne un discorso, ma lo diceva a Antonietta con parole sue, semplici, che spiegavano fin dove potevano.

Quel giorno, dunque, non cominciò bene per Titina. A pranzo chiacchierò con i vicini di tavolo e nel pomeriggio si sedette sulla veranda verso il parco. Interrogati a proposito di Mariolina, nessuno degli addetti seppe però darle notizie della ragazza e lei se ne preoccupò. Mariolina era importante per lei. Era stata una piccola ancora di salvezza nei mesi di adattamento alla nuova vita fuori di casa. Era grazie a lei se era riuscita a pensare che il San Luigi poteva essere una casa, la sua nuova casa al posto di quella che aveva lasciato per sempre. Perché questo le era chiaro, che una volta uscita di casa, non ci sarebbe rientrata più. E da casa sua Titina era uscita. Per sempre, dunque. Mariolina le aveva fatto sentire che pure lì poteva trovare la sicurezza e il calore che tutti vogliamo a casa nostra. Titina si era affidata a quella giovane donna, che non aveva la sua esperienza, ma che le offriva la sua spalla per appoggiarsi e andare, in un tratto della vita che le era del tutto sconosciuto. Lei si era appoggiata. Adesso, però, Mariolina non c’era. Non c’era più o non c’era solo per ora? Le due cose non erano del tutto distinte nella sua mente e la difficoltà di distinguerle dava a Titina un senso di angoscia dalla quale non riusciva a liberarsi, neanche quando si diceva che era stupido preoccuparsi, che domani Mariolina sarebbe ritornata.

La mattina seguente Titina si mise in attesa. All’ora giusta Mariolina non venne. Anche stavolta bisognò aspettare a lungo prima che Antonietta comparisse. Mimina, manco a dirlo, si lamentava già da tempo. Voleva andare in bagno. Tutte loro la sera venivano imbracate con grossi pannoloni, non per necessità, per precauzione. Titina non ne aveva affatto bisogno e, tutto sommato, neanche Mimina. Pure lei ce la faceva ancora a controllarsi. Era un fastidio e poi, a dire la verità, era avvilente. Ma era obbligatorio e Titina aveva dovuto accettarlo, benché la pelle, ora non più resistente e grassa come un tempo, ne soffrisse. –Eccomi, eccomi, Mimina, disse Antonietta, ti do subito retta. Ma che c’è da piangere? Mica è successo niente! Titina le seguiva con lo sguardo. –Diglielo, Titì, che non è successo niente! Adesso ti porto subito al bagno. Titina non si schierò: -Lo sa pure lei che non è successo niente, però non ne può più, vuole andare al bagno. È dalle otto che piange. Ma Mariolina non c’è? –Mariolina non viene. –Nemmeno oggi? –No, sta male. –Ma pure ieri stava male. Che c’ha? –Non lo so, disse Antonietta, ma niente di grave. Vedrai che domani ritorna. Forza Mimina, quando dico “tre” tirati su. “Uno, due … e tre”.

Era quasi la fine dell’inverno, un inverno caldo e senza piogge. Era bello sedersi in veranda anche se sentirsi circondata da tutti quegli anziani non piaceva a Titina. Le sembrava un’idea sbagliata della vita. Il mondo non era fatto di vecchi giunti al capolinea. Poteva apparire così stando lì dentro, ma se si metteva il naso fuori già la musica cambiava, la terra si riempiva di gioventù. Matilde, Franceschina, Mariolina, erano foglie spuntate da poco, ma già forti e legate all’albero, ricche di acqua che le farà crescere sempre di più. Tutti i giovani sono così, hanno da subito radici forti ma poi anche tanta linfa e luce e acqua per diventare fiori, frutti, rami, albero. Anche lei lo era stata. Doveva saperlo, più che ricordarlo. Rimpianto? Avrebbe dato l’anima al diavolo per poter cominciare adesso un’altra vita, una nuova di zecca, dove di lei, Titina, non vi fosse ancora nessuna traccia. Era rimpianto questo? Forse solo voglia sfrenata di vivere sempre di più. Quanti pensieri così confusi le passavano per la mente mentre guardava il piccolo parco. Svanivano rapidamente e ritornava nella veranda dell’istituto, ad aspettare la cena, a fare le parole incrociate, a chiedersi se Mariolina sarebbe tornata l’indomani.

Quella sera il telegiornale diede notizia che in Lombardia un intero paese era stato messo in quarantena per il Coronavirus. Il personale commentava, i vecchi ascoltavano per capire. –Ma alla fine in che consiste ‘sta quarantena? Chiese Giuliana. –Consiste che tutti devono restare a casa, rispose la caposala, nessuno può uscire. Perché è una malattia contagiosa e se vanno in giro la diffondono. –Ma è pericoloso? Chiese ancora Giuliana. –Bè, è una brutta polmonite, meglio evitarla. Però parlano di Lombardia, mica del Lazio. Qui stiamo sicuri, concluse la caposala. -Dicono che è come la Spagnola, fece Donato, quella ne ha ammazzati quanto la Grande Guerra! –Sì, disse subito sua moglie Giuseppina, ma mica c’era il progresso di oggi! Oggi ci sono le medicine e gli ospedali, a quei tempi non c’era niente! Mica è la stessa cosa. Non è vero?-chiese alla caposala cercando conforto. –È vero, è vero, oggi è tutto diverso. E poi, ve l’ho detto, mica ce l’abbiamo qui il virus, ce l’hanno a Milano, al Nord, qui stiamo tranquilli. Adesso finite la partita che ce ne andiamo a letto.

Titina s’addormentò col pensiero del Coronavirus, della quarantena, dell’epidemia. «È morta di Spagnola», diceva sua nonna parlando di una sorella. Ma Titina non aveva mai capito davvero che fosse la Spagnola, né la nonna sapeva spiegarlo. Raccontava però del terrore che la malattia aveva seminato per tanto tempo tra la gente e di come, diceva, preferisse colpire quei poveracci che vivevano ammucchiati dividendosi gli stessi stracci. Non c’era famiglia numerosa che non contasse morti. Non c’era medicina e come pulcini appena nati si aspettava a occhi chiusi che quel tremendo falco si abbattesse a colpire. Questa malattia nuova sarebbe stata lo stesso?

Mariolina non rientrò neanche la mattina successiva e così per diversi giorni. Giorni d’inquietudine per Titina, Mariolina era un suo punto fermo e quel punto fermo adesso non c’era più. Ma possibile che Mariolina se ne fosse andata senza dirle niente, senza avvertirla, senza salutarla? No, non ci credeva. Antonietta e le altre le ripetevano che Mariolina stava poco bene, ma niente di grave, che presto sarebbe rientrata. Ma Titina stava in apprensione. Le sembrava che fosse passato troppo tempo, Mariolina era giovane, quanto ci voleva a guarire dall’influenza? O forse non era malata? Forse non sarebbe più venuta al lavoro? Aveva sentito dire che il San Luigi non se la passava molto bene a soldi. Magari l’avevano licenziata. Magari non la pagavano e allora lei protestava così. Ma no! No! Mariolina non l’avrebbe mai fatto, non era da lei! E poi, che non glielo avrebbe detto? Che non l’avrebbe avvisata? Impossibile! E allora? I giorni passavano nell’incertezza. –Possibile, si disse a un certo punto- che mi faccio un problema così grosso? Mica c’è solo Mariolina! Però se solo provava a pensare alle altre ragazze sentiva subito che non era la stessa cosa, che Mariolina era Mariolina e nessun’altra avrebbe preso il posto suo. Quale fosse questo posto Titina non avrebbe saputo spiegarlo, ma sapeva, sentiva, voleva che fosse vicino a lei.

    L’inquietudine aumentava col passare del tempo e il tempo aumentava con l’inquietudine. Titina adesso si sentiva agitata. Decise di fare qualcosa. Chiese a Antonietta il numero di cellulare di Mariolina e la chiamò. Avrebbe risposto, le avrebbe raccontato, avrebbe saputo quando finalmente sarebbe tornata. Mariolina però non rispose, anche quando riprovò all’ora di cena. Eppure squillava! –Titì, non ti preoccupare, diceva Antonietta, che Mariolina ritorna. Ché non lo sai quanto c’ha bisogno di lavorare? Torna, Torna! Ma Titina non si tranquillizzava. Quella situazione aveva riaperto in lei il turbamento e spesse volte durante il giorno sentiva un’ansia senza motivo, una cosa che la piegava in giù e la rendeva meno socievole, desiderosa di stare da sola, di essere lasciata in pace con i fatti suoi, senza essere costretta a nascondere la sensazione di male sopravveniente. In quei momenti aveva un modo tutto suo di salvarsi dalla deriva. Spingeva il pensiero su qualcosa che potesse trattenerlo, che fosse un bene per lei. Facilmente correva col ricordo a Franceschina e la vedeva giocare e correre e ridere, essere felice, della felicità che la vita ha con sé senza sforzo. La osservava a lungo, si riempiva l’anima della sua stessa gioia e, quando la bambina l’aveva restituita alla vita e alla loro grande comunione, a volte si lasciava andare ai ricordi lontani. Adesso era lei bambina e insieme al nonno si arrampicava nel bosco. Il nonno le insegnava a guardare, sotto le foglie i funghi, sui rami il picchio, lungo il ruscello la forza dell’acqua che spinge e spinge e trascina pietre, foglie, insetti. Il nonno vedeva tutto e tutto sentiva. Lei gli stava accanto. Aveva imparato così che le cose potevano essere scoperte, che il mondo era ricco e difficile. Era stato lui, il nonno, a trasmetterle la sicurezza che l’aveva accompagnata per tutta la vita, a convincerla che se avesse saputo ben guardare non avrebbe dovuto temere niente.

La fine dei ricordi la riportava lì, sulla veranda, mentre gli altri giocavano a carte o pure loro stavano avvolti nel sentimento della vita passata. Poi arrivava la caposala e li chiamava tutti a cena.

In quei giorni il Coronavirus imperversava e quando vedevano la tivù non sentivano parlare d’altro. Anche le inservienti ne parlavano sempre. Sembrava lo temessero. Però a loro dicevano che non dovevano avere paura, che lì dentro non poteva entrare. Chi poteva portarlo? I vecchi non uscivano e i parenti non venivano quasi mai. Il dottore si sapeva guardare da sé e così pure loro, le ragazze. Erano ben protetti, dicevano. Adesso la sera Titina stentava ad addormentarsi, per quell’ansia che l’aveva presa e che trasmetteva involontariamente pure a Mimina, sebbene con lei non ne facesse parola. Mimina aveva cominciato con l’Alzheimer, e proprio per questo era più sensibile, avvertiva ogni vibrazione e la faceva sua. Titina si girava nel letto con la fatica di quella gamba e quel braccio senza forza, con la smania per non sapeva bene cosa. Respirava male, non arrivava in fondo, ma pure Antonietta le aveva detto che era lo stato d’animo, che non c’aveva niente per fortuna, solo quei piccoli malesseri che prima o poi, e spesso prima e poi, toccano a tutti. Quella notte si era svegliata perché la gamba le faceva di nuovo male, proprio nel punto della frattura più grossa fino al bacino. Il dolore era acuto e Titina non si sapeva spiegare perché dopo tanto tempo e tanta terapia dovesse sentirlo così forte. Però non si azzardò a chiamare chi era di turno. Sapeva che non correva pericolo e che si trattava di sopportare fino al mattino, quando Mariolina o Antonietta l’avrebbero aiutata. Però smaniava nel letto, non trovava la posizione. Le fitte erano potenti, la facevano sudare. Se avesse chiamato, pensava, avrebbe fatto la figura di quei vecchi che non sopportano niente e lei quella figura non la voleva fare. Strinse i denti, allora, e, per confortarsi, si diceva piano: -mamma, mamma, aiutami … madonna mia che dolore … girati, Titì, che se trovi la posizione stai meglio…Alle sette, quando arrivò Antonietta, era esausta. Venne chiamato il dottor Aversa, le fece una puntura, il dolore scemò e Titina riuscì a rilassarsi in un sonno ristoratore. 

Si risvegliò solo nel pomeriggio, quando il dottore venne a controllare come stava. –Va meglio, vero? Le disse, ora si metta un po’ seduta e appoggi la gamba così. Brava! Stasera le faranno un’altra iniezione e per qualche giorno prenderà delle pillole. Intanto verrà Massimo a manovrare la sua gamba. Lo conosce Massimo, no? Il fisioterapista. Ci sa fare. Vedrà che presto la rimette in sesto. Buona serata. Anche Mimina si era avvicinata con il suo girello:-Come stai Titì? Ti senti meglio? È brutto stare male, è brutto. Io sto sempre male, sto sempre male. E si mise a piangere. Titina non si sentiva la forza di contenerla. Mimina piangeva su se stessa e sull’amica malata, ma non era capace neanche di dirlo. Titina provava pena per lei, ma le poche forze rimaste doveva tenerle per sé e chinò la testa, chiuse gli occhi, per separarsene.

Quel pomeriggio i vecchi erano particolarmente silenziosi. Titina sonnecchiava, ancora in debito delle energie necessarie. Quando Donato chiamò l’inserviente, venne subito fatta venire l’infermiera, Vincenzo stava male. La febbre era molto alta e non si reggeva in piedi. Era un ospite di lunga data, Vincenzo, in buona salute anche se avanti con gli anni. Era minuto e con un suo certo vigore che non era più quello d’un tempo ma, adattato al presente, gli consentiva di fare ancora qualche lavoretto poco impegnativo che lo distraeva nel parco. Adesso però anche quel barlume di vigore sembrava sparito. L’uomo appariva ridotto a quel poco di pelle e ossa rimaste dopo tanti anni, inerti, come se il sangue non le spingesse più. L’infermiera lo fece mettere a letto e gli diede un antipiretico, aveva trentanove di febbre e tremava come una foglia. Donato e Francesco rimasero vicino a lui. 

Vincenzo era benvoluto da tutti per la gentilezza che gli era naturale. Anche Titina ne era rimasta sorpresa. Adesso i suoi compagni del San Luigi erano preoccupati per lui. Da tempo nella casa di riposo non moriva più nessuno. Questo pensiero li aveva rassicurati finora. Si sentivano sulla stessa barca, in un viaggio senza meta. Se l’oceano avesse travolto uno di loro, avrebbe potuto farlo con tutti. La barca doveva andare avanti, non c’era ritorno. La sorte di Vincenzo era vicina, così vicina che faceva paura pensarci. Titina chiese notizie ai suoi compagni poi si rabbuiò, le cose andavano male, la gamba, Vincenzo e … Mariolina! 

Quella sera le luci si spensero presto ma l’infermiera era tornata da Vincenzo. La febbre che prima era calata, adesso era di nuovo alta e il vecchio sembrava rapito in un malessere violento, che lo tormentava. L’infermiera telefonò al dottor Aversa, poi gli fece una puntura e una leggera frizione. Vincenzo era raggomitolato su se stesso, ma non voleva chiudere gli occhi per non abbandonarsi al morbo, per restare in contatto con la vita dei sani. La notte non dormì mai e la mattina sembrò stare meglio. Ma il miglioramento durò poco. Quando venne il dottor Aversa a controllare la situazione la febbre era di nuovo alta e adesso Vincenzo faticava a respirare. Il dottore lo visitò e diede disposizioni all’infermiera e alla caposala, nessuno si doveva avvicinare a Vincenzo eccetto il personale di servizio. I vecchi entrarono in forte agitazione.

Quello che successe dopo, Titina lo ricordava più confusamente. Era sicura che l’infermiera fosse andata più e più volte a controllare Vincenzo e anche Antonietta, ché lui era proprio uno dei suoi. Verso sera tornò il dottore e forse lo visitò di nuovo, dato che rimase a lungo nella stanza con Vincenzo. Alla fine parlò sottovoce con l’infermiera. Lei lo ascoltava, prima senza dire nulla, poi chiese: -ma allora che facciamo? Dai gesti del dottore si capiva che per ora non c’era da fare di più. I vecchi stavano nelle loro stanze, ubbidivano a quanto raccomandato dal personale, ma una sensazione d’allarme si era diffusa tra gli ospiti in anticipo rispetto agli eventi. Titina questo se lo ricordava bene perché presto pure lei ne fu contagiata, benché per natura resistesse istintivamente alla paura immotivata. E la paura che provavano i vecchi era immotivata, senza che ci fosse una reale minaccia, ché Vincenzo sì stava male, parecchio male, ma questo non era un pericolo per loro. Titina lo aveva osservato e ne aveva tratto una riflessione: forse quella reazione apparteneva allo stare insieme nell’istituto, alla situazione particolare in cui si trovano un gruppo di persone che, in un certo senso, aspettano tutte la fine. Se Vincenzo fosse stato, per esempio, un vicino di casa, se quella malattia lo avesse allettato oltre il pianerottolo di casa sua, loro non avrebbero provato la stessa sensazione. Era perché dormivano sotto lo stesso tetto, mangiavano alla stessa tavola, contavano le stesse ore in quella residenza, con lo stesso scopo di vivere e basta, che la malattia di Vincenzo faceva così paura. Non che il male potesse arrivare anche nel suo letto, come qualcosa che si trasferisse da un luogo all’altro, da uno spazio all’altro. No, non era questo che avvertiva. Piuttosto l’improvviso palesarsi di un comune destino, che non era più quello di vivere, bensì quello di morire. Di essere un gruppo di destinati a morire, legati da questo destino così come già erano stati legati ad altri uomini nel destino della vita, inchiodati insieme con una corda grossa che li avrebbe trascinati tutti uno dopo l’altro con la forza insuperabile di una catena. L’istituto era questo, era anche questo, e Titina lo scopriva solo adesso, solo adesso le era chiaro cosa la sua scelta comportava.

    A parte questa scoperta, che non le cadde più di mente, molte altre cose di quel giorno e di quelli subito successivi non le ricordava che confusamente. Per esempio non avrebbe saputo dire se Donato e Gualtiero si erano ammalati anche loro il giorno dopo o quello dopo ancora. Sentiva emergere come da lontano le voci delle inservienti che si muovevano leste fuori dalla stanza di Vincenzo e, accostando le mani alla bocca, si dicevano cose che gli altri non dovevano sentire, cose allarmate o segrete che lei dalla sua stanza aperta captava a malapena ma comunque intuiva. Soprattutto non si ricordava più quando Antonietta fosse sparita. Sì perché a un certo punto anche questo era successo, che Antonietta non era più venuta. Ma doveva essere nei giorni successivi, quando Vincenzo era già morto e il dottor Aversa, che adesso seguiva da vicino Donato e Gualtiero, aveva ordinato che tutti gli ospiti restassero nelle loro stanze, che nessuno uscisse. Mimina allora, come al solito, si era messa a piangere e voleva aiuto per chiamare al telefono sua figlia. Ma le inservienti erano molto occupate e non potevano venire e lei, Titina, dal letto non riusciva a muoversi da sola. –Vieni qua, diceva a Mimina, che te lo faccio io il numero! Ma Mimina era in difficoltà, impaniata in un bozzolo invisibile, non riusciva a vincere il panico e restava nell’angolo senza raggiungerla e senza farsi calmare. 

Non ricordava più se non in un magma temporale ed emotivo quando si era accorta che neanche Antonietta c’era più. Ma questa cosa aveva aumentato a dismisura la sua angoscia, l’aveva portata a una sofferenza mentale che non aveva mai conosciuto e che pure avvertiva anche se non con netta consapevolezza. Mariolina e Antonietta, la loro scomparsa dalla presenza abituale, risuonavano dentro di lei come immagini che inseguiva, che non ritrovava se non nel bisogno di averle. La realtà era diventata ondeggiante senza quelle presenze, era un incerto miscuglio di impressioni senza fondamento sicuro. Con sgomento Titina subiva lo stato di confusione dei suoi sentimenti e della logica che doveva ordinarli. Quando ne riemergeva, si domandava se proprio a lei era capitata questa cosa, questo smarrimento, proprio a lei che per solidità non era mai stata seconda a nessuno. A momenti, quasi si arrendeva al fatto, all’evidenza, finché, ritrovata poi se stessa, si provava a tirarsi fuori dalla situazione con uno strattone nel quale agivano tutte insieme le energie di cui era ancora capace. Infine riprendeva il timone del comando, ma non era per molto.

Quanto durò quell’incubo? Lo seppe solo dopo che era stata in quello stato per almeno due o tre giorni. Seppe che non aveva mangiato e bevuto per molte ore, troppe per la sua età. Seppe che quando furono certi del terzo caso di Coronavirus tutti gli addetti avevano abbandonato la Residenza lasciando solo il dottor Aversa a vedersela con gli appestati. Alcuni vecchi morirono in poco tempo, altri ebbero una agonia più lunga. La stessa che toccò al dottore. Mentre intorno a lei la casa si svuotava di aiuto e si riempiva di dolore, di lamenti, del terrore che i più forti sopportavano alla vista della sorte dei compagni, Titina era immersa nel torpore. Suo padre, lo vedeva, era arrabbiato. La madre avrebbe lavorato tutto il giorno e toccava a lui pensare a lei e a Marianna. Adesso appoggiava la sigaretta sulla scatola dei svedesi, era il gesto che faceva sempre per non spegnerla e lasciarla in attesa. Poi prendeva le due bambine per un braccio, con malagrazia, e le metteva sedute a tavola. –Adesso mangiate! Gli diceva allungando un pezzo di formaggio e il pane. Solo la sera avrebbero avuto qualcosa di caldo. Suo padre! Lo sdegno che aveva della loro miseria! La rabbia che fosse la moglie a lavorare e invece lui dovesse badare le bambine! La tristezza la invadeva, la delusione per il manchevole amore del padre si era impressa nel suo animo per sempre e adesso, nei flutti del malessere, tornava a galla. Ma nell’incubo la mente non era solo sprofondata nel passato, sentiva pure cosa le accadeva al momento. In particolare sentiva l’impasto di umori che le si era fatto in bocca, un densume stantio che non era saliva ma una pastetta sporca impossibile da ingoiare o da sputare. Sentiva mille spilli che punzecchiavano la pelle per ogni dove e il bruciore delle parti basse dove, senza che lei se ne fosse resa conto, l’urina aveva urticato le piccole zone di carne più viva e quelle microscopiche ferite che neanche sapeva di avere. La sua mente registrava che gli occhi erano invasi di lacrime ma non le avrebbe detto se fosse pianto o no, perché questo neanche Titina poteva dirlo davvero. Poi, ogni tanto, era il cuore che veniva in primo piano, che batteva veloce, quasi che la rincorsa fosse necessaria per assicurarsi che sarebbe andato ancora avanti, che ne avrebbe avuto ancora per un bel po’. I suoni intorno invece sembravano esserle estranei, i rumori dei suoi compagni, la voce di Mimina, tutto era lontano, fuori da quella piega in cui era avvolta e nella quale ora trovava Marianna bambina, che si era nascosta insieme a lei nel magazzino degli attrezzi. Si erano infilate in una cassa di legno dal coperchio pesante che non erano riuscite più ad aprire. Ora stavano tutt’e due abbracciate, impaurite, disperatamente desiderando che mamma e papà arrivassero, che le salvassero, anche se l’avevano combinata grossa. Ed eccoli mamma e papà che le salvano, che le tirano fuori da quella cassa scura, che le abbracciano e consolano, che asciugano le lacrime e rassicurano! Il respiro si faceva veloce, ma era la gioia del sollievo, il sollievo che passasse tutto questo, che l’incubo allentasse la sua morsa e Titina potesse riavere la sua costumanza di sempre, padronanza di sé, sicurezza.

Quando i militari entrarono nella Residenza Sanitaria Assistita San Luigi e si accostarono al suo letto Titina si riscosse. Non capiva chi fossero e perché fossero lì ma era certa che stesse succedendo qualcosa d’importante. Un uomo tutto schermato e bianco venne a sincerarsi del suo stato e le disse: -stia tranquilla, è tutto a posto! Poi sentì un tramestio. Nel corridoio passavano militari. Andavano avanti e indietro. C’era confusione, rumori. Dopo un po’ un uomo in divisa le portò dell’acqua e la fece bere. – Sta bene? Stia tranquilla, è tutto a posto! Poi uscì anche lui. Come se fosse riemersa da un luogo di dimenticanza, Titina ebbe l’impressione di riconoscere solo adesso la sua stanza e l’istituto, un odore fortissimo di urina, di sporco, di cose infette e malate arrivò disgustoso e le diede il voltastomaco. Sentiva il dolore della gamba, ma le sembrava normale in quello scenario. Intorno a lei nessun volto conosciuto. Vennero ancora altri militari da lei e da Mimina a portare ancora acqua e poi tè caldo, qualche biscotto. Più tardi, un brodo. Chiamò Mimina, ma la compagna non rispose, sembrava avulsa dalla realtà. Titina aspettò gli eventi, mentre nel corridoio vedeva un andirivieni di uomini vestiti di bianco e uomini in divisa. Ci volle ancora del tempo perché qualcuno tornasse da lei. Poi ci furono rumori forti e due bare furono portate fuori. Prima di sera era stata lavata, pulita e cambiate le lenzuola. Pote’ cenare e quando tornò il medico che l’aveva rassicurata per primo le disse che il dottor Aversa stava male e che sarebbe venuto lui, d’ora in avanti, al suo posto. –Ma che è successo? -chiese Titina- perché sono spariti tutti? –E’ colpa del Coronavirus, spiegò il dottore, molti si sono ammalati tutti insieme, ospiti e personale. Gli altri si sono spaventati e hanno abbandonato l’istituto. Ma adesso è tutto passato. Ora ci siamo noi e nessuno vi abbandonerà più. Dorma tranquilla e non ci pensi. Adesso è tutto a posto.

Dopo cena l’avevano fatta alzare e però subito messa seduta. In quei pochi giorni si era indebolita e poi c’era sempre il dolore della gamba. Non era prudente che si sforzasse. Tuttavia del Coronavirus non aveva alcun sintomo. Lo stesso Mimina, che però pagava forse un prezzo più alto perché il suo Alzheimer, fuori da ogni contenimento e ritmo giornaliero, si era approfittato di lei e aveva affollato la sua mente di persecuzioni. –Mimì, Mimina –la chiamava Titina- fatti coraggio che adesso siamo salve! Il peggio è passato. Sapeva, Titina, che Mimina aveva bisogno soprattutto di rassicurazione, di calore, di affetto e, non potendo avvicinarla, dall’altra parte della stanza le diceva parole di conforto, carezzevoli, che non tiravano fuori Mimina dalla rete di fantasmi ma, almeno, cercavano di contrastare il loro spadroneggiare nell’animo della vecchia. Compagna infelice! Pensava Titina, e si sentiva lei più forte, più padrona, più fortunata e come un dovere spendere un po’ di quella migliore sorte per chi aveva condiviso e patito con lei momenti sciagurati.

Quella notte Titina resistette al sonno. Adesso che la sua mente si era rimessa e stabile non cessava di ritornare sulle ore dell’incubo, sul torpore che l’aveva sopraffatta. Ci ripensava o, meglio, cercava di rivivere dentro di sé, rapidamente, quello che era stato un lungo teatro di fantasie e emozioni e aveva l’impressione, almeno per quel tanto che riusciva a rievocarlo, che fosse stato un andirivieni nel quale più e più volte si era avvicinata al limite, allo sconfinamento, avesse addirittura come attraversato un bordo oltre il quale lo scompaginamento della sua realtà più intima e propria era il preambolo di uno scompaginamento di tutto il suo essere, della vita stessa. L’attraversamento e il ritorno le sembravano avvenuti più volte e quel continuo oscillare verso l’inizio della fine e la vita in sé le appariva ora come un orrore. Era questa la vecchiaia? Si domandava, era non riuscire più a reggere l’onda d’urto che ti arriva addosso malamente e che pure la vita contiene in sé? Orribile vecchiaia, pensava Titina. E ricordò la sua volontà di passare la vecchiaia in mani pagate invece che in quelle del figlio e della nuora e considerò che adesso le mani a cui era affidata erano quelle dei soccorritori, non pagate per questo ma pure arrivate e provvidenziali. –Strana la vita, si diceva, va sempre in un altro modo e la vecchiaia è peggio di qualunque cosa potevo immaginare. Poi, vecchiaia o no, il sonno ebbe la meglio.

Appena fu possibile, comunque dopo molti giorni che la situazione all’interno del San Luigi si era stabilizzata, Matilde andò a trovare la nonna. –È un miracolo, le disse, che tu non ti sia ammalata. Sei proprio una quercia, nonna! Ma non vuoi tornare a casa? Siamo stati tanto preoccupati per te! Ho avvisato anche zia Gabriella di quello che era successo. Ha detto che appena la fanno uscire verrà a trovarti. 

-Mati’, io sto bene, a parte la gamba che mi fa male sempre. La vecchiaia è brutta, meglio tenersela per sé. Ormai questa è casa mia, ci ho passato quei giorni difficili e anche per questo la sento ancora di più come casa mia. Non ti preoccupare e la prossima volta, se sarà possibile, porta pure Franceschina che mi fa tanto piacere, muoio dalla voglia di vederla!

Era passato quasi un mese dall’ingresso dei militari nell’istituto e Titina, come faceva anche prima, passava le ore del pomeriggio seduta in veranda quando arrivò una telefonata: -Titì, come stai? Sono Mariolina! Adesso sto bene! So che stai bene pure tu! Quanto sei forte, Titì! Guarda che io ritorno!

Il cuore di Titina si aprì per la felicità. Per un momento, però, si richiuse anche, come per istintiva difesa. Temeva già, Titina, il giorno in cui avrebbe dovuto mostrare a Mariolina la sua orribile vecchiaia.







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