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Eugenio Garin - “Il ritorno dei filosofi antichi. Dal secolo XIV al XVI” (2/5)

Seconda lezione
Napoli, 11 maggio 1982

Ricerca di codici, nuovi testi e nuove traduzioni

Lo studio delle traduzioni dei testi antichi nell'età del Rinascimento fornisce un contributo decisivo alla storia della civiltà e delle scienze, in particolare ove sappia tener conto delle scansioni che distinguono diverse fasi, dal recupero dei codici greci, alle traduzioni in latino, fino a quelle nelle lingue volgari. Fu la traduzione di testi antichi, quali La vita dei filosofi di Diogene Laerzio, o le opere di Plinio, a incidere in maniera decisiva sull'introduzione di teorie che ebbero un ruolo rilevantissimo nel prodursi della rivoluzione scientifica, con una diffusione che finì per oltrepassare largamente le cerchie dei dotti. Era soprattutto un fine “pratico” ad alimentare il desiderio di testi antichi, visti come espressione di uno sviluppo delle scienze superiore a quello dell'epoca in cui essi entravano in circolo.

Le biblioteche che si formarono assunsero un significato rinnovato, che incise anche sul modo di considerare il libro, inteso quale medio capace di mettere in dialogo con i pensatori del passato e considerato dunque come elemento di raccordo fra il sapere ereditato dagli antichi e quello che gli uomini andavano costruendo. Esemplare in questo senso la lettera di Bessarione alla città di Venezia.

  • Bessarione di Nicea, Orazione dogmatica sull’unione dei greci e dei latini, a cura di  Gianfrancesco Lusini. Prefazione di Giovanni Pugliese Carratelli. Con un saggio di Antonio Rigo. Vivarium, Napoli 2001 (Biblioteca Europea ; 28).
  • Bessarione e l’Umanesimo, a cura di Gianfranco Fiaccadori, con la collaborazione di Andrea Cuna, Andrea Gatti, Saverio Ricci. Presentazione di Marino Zorzi. Prefazione di Giovanni Pugliese Carratelli, Vivarium, Napoli, 1994. - XIII, 544, 20 p., ill. (Saggi e Ricerche ; 1).
    Contributi di F. Bacchelli, C. Bianca, G.E. Carretto, G. Ciotta, L. D’Ascia, P. Eleuteri, G. Fiaccadori, L. Finocchi Ghersi, P. Fortini Brown, A. Gentili, D.A. King, L. Labowsky, F. Lollini, B. Lotti, S. Marcon, E. Mioni, J. Monfasani, G. Platania, R. Polacco, A. Rigo, S. Ronchey, H.D. Saffrey, G. L’Estrange Turner, M. Zorzi.

Sul mito di Venezia evocato da Garin nel leggere Bessarione, vedi:

  • Alberto Tenenti, Venezia e il senso del mare. Storia di un prisma culturale dal XIII al XVIII secolo, Guerini e Associati, Milano 1999 (Saggi / Istituto Italiano per gli Studi Filosofici ; 34).

Lettera di Bessarione al Doge di Venezia, Cristoforo Moro, scritta dai Bagni di Viterbo (1468), nella traduzione di Eugenio Garin

Sempre, fino dall'età giovanile, e vorrei dire quasi dall'infanzia, mi adoperai senza risparmiare fatica, cura, impegno, a procurarmi quanti più libri potessi, in ogni ramo della cultura. A tal fine non solo ne trascrissi molti io stesso di mia mano, da ragazzo e da giovinetto, ma nell'acquistarne altri spesi quel po' di denaro che una parca frugalità mi consentiva via via di mettere da parte.  Mi sembrava infatti di non potermi procurare beni più degni ed egregi né tesori più utili e belli: nei libri le parole dei saggi, gli esempi degli antichi, i costumi, le leggi, la religione vivono, discorrono, parlano con noi, ci insegnano, ci ammaestrano, ci confortano, ci rendono presenti e ci pongono quasi sott'occhio cose lontanissime dalla nostra memoria. Tanto grande è la loro potenza, la dignità, la maestà, tale infine la loro forza divina, che, se non vi fossero i libri, saremmo tutti rozzi e ignoranti, senza ricordo del passato, senza esempi a cui guardare, senza nozione alcuna delle cose umane e divina. L'urna medesima, che accoglie i corpi degli uomini, ne occulterebbe anche la memoria. Ora, benché a tale impegno avessi dato sempre tutto me stesso, fu tuttavia con più accesa passione che dopo la rovina della Grecia e la lacrimevole caduta di Bisanzio, spesi nel ricercare i libri greci ogni mia forza, ogni cura, ogni opera, mezzo, capacità; mi aveva preso infatti un timore gravissimo, la paura che, col resto, in breve tempo si trovassero in pericolo e andassero distrutti tanti libri insigni, tante fatiche, tante veglie di uomini sommi, tanta luce di questo nostro mondo, a quel modo che nel passato subimmo irreparabili perdite, come quando dei duecentoventimila volumi della Biblioteca di Apamea di cui parla Plutarco appena un migliaio ne è pervenuto in salvo a noi. Ho cercato così, per quanto era in me, non tanto di raccogliere molti libri, quanto di mettere insieme i migliori, e di ogni opera le varie parti. Ho riunito in tal modo quasi tutta la produzione dei sapienti della Grecia e soprattutto tutti gli scritti rari e difficili a trovarsi in Occidente. D'altra parte spesso, ripensando a tutto questo, mi sembrava che avrei risposto assai male al mio desiderio se in pari tempo non avessi fatto in modo che quei libri, da me riuniti con tanto amore e tanta fatica, venissero collocati, me vivo, in modo tale che anche dopo la mia morte non potessero andare dispersi o alienati, ma fossero conservati in un luogo, insieme sicuro ed agevole, per la comune utilità così dei Greci come dei Latini. Pensando io dunque a tutto questo e considerando meco stesso molte città d'Italia, alla fine la vostra, inclita e grandissima, mi apparve la sola nella quale l'animo mio avrebbe potuto trovare tranquillità da ogni punto di vista. Non vedevo infatti quale asilo più sicuro avrei potuto scegliere di quello che è retto dall'equità, regolato dalle leggi, governato dall'integrità e dalla saggezza, dove albergano virtù, continenza, gravità, giustizia, fede. Dove gli animi sono liberi nel giudizio, lontani da ogni sfrenatezza o colpa, dove i saggi reggono il timone del governo, i buoni sono anteposti ai malvagi e dimentichi degli interessi privati, con unanime consenso e somma integrità provvedono all'insieme dello Stato, facendo sperare che secondo il nostro augurio la vostra città cresca ogni giorno in potenza e in gloria. Ho compreso così che non avrei potuto scegliere un luogo più conveniente e più agevole, soprattutto per gli uomini della mia terra, se è vero infatti che nella vostra città convergono più che in ogni altra tutti i popoli del mondo, sono soprattutto i Greci, che allorquando approdano dal mare a Venezia hanno subito l'impressione di entrare in una seconda Bisanzio. Dove dunque avrei potuto collocare questo dono meglio che presso coloro a cui ero saldamente legato dai tanti benefici a me fatti, dove meglio che in quella città che avevo scelto come patria dopo la caduta della Grecia e nella quale ero stato accolto con tanto onore? Consapevole della mia condizione mortale, considerando l'età grave e le molte malattie che mi affliggono e i casi che possono darsi, ho offerto in dono tutti i miei libri, latini e greci, al santissimo tempio del Beato Marco della vostra inclita città, sentendo che tale disposizione dell'animo era dovuta all'eccellenza vostra e alla mia gratitudine e alla patria che per volontà vostra ormai ci è comune; così voi con i vostri figli e lontani nipoti, per la virtù e la saggezza vostra, e i molti benefici preso di me, per primi potrete trarre frutti ricchi e duraturi da queste mie fatiche e frutti ne trarranno poi, mercé vostra, quanti altri nel mondo saranno cultori delle buone arti.

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