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Giulio Carlo Argan - Michelangelo (1/3)

Prima lezione
Napoli, 1° febbraio 1988
Michelangelo e l’arte figurativa

Prendendo le mosse dal celebre frammento eracliteo B91 DK, Masullo si interroga sul rapporto tra identità e fluire del tempo. Se pensata come ousia, come essere, l’essenza del tempo sembra infatti coincidere con il suo scorrere, dunque con quell’elemento che, per definizione, mette in crisi il concetto stesso di identità: il tempo non è mai ciò che è, o, in altri termini, esso è identità che nell’affermarsi si nega. Il tempo può anche essere pensato all’interno dell’indagine sulla sua qualità, sull’hèxis: la qualità del tempo è il suo continuo cambiare, e in questo è possibile individuare la sua identità. Masullo nota inoltre che, a differenza di Parmenide, Eraclito restituisce la propria analisi ontologica in termini temporali, stringendo dunque a doppio filo essere e tempo. La continuità delle figure eraclitee, quali il sole e il fiume, sta proprio nel mutamento, nel loro continuo cambiare. L’intreccio tra essere e tempo porta Masullo a chiedersi se l’essere del tempo sia un essere o un non essere, un niente nel senso del nihilum lucreziano, e se vi sia una via di fuga al fantasma del nichilismo che vede in ogni nascere un necessario e contemporaneo perire. La questione apre il bivio tra la tradizione filosofica antica occidentale e orientale: affermare che tutto ciò che è naturale è mortale apre la via della salvezza, ossia la possibilità del mondo imperituro delle idee. Eraclito non si rivolge però alla fuga verso l’idealità, ma pensa la storia come il luogo in cui del continuo nascere e perire degli esseri si tiene traccia. La complessità della proposta eraclitea sta nel suo essere una proposizione espressiva e non significante: Eraclito dà voce a un sentire, a un senso senza significato, a un sentimento non empirico né generale, ma universale. Questo è, per Masullo, il punto di contatto tra la cultura occidentale e quella orientale, e insieme l’impensato di entrambe: la dimensione di quel sentire che è alla base dell’universalità.

  • Romeo De Maio, Michelangelo e i maestri del pensiero occidentale, 15-18 gennaio 1990
  • Giovanni Pozzi, La filologia umanistica fra Quattrocento e Cinquecento, 14-18 maggio 1990
  • Romeo De Maio, Michelangelo e la libertà politica, 10 agosto 1996
  • Romeo de Maio, Bellezza e libertà: Leonardo e Michelangelo, 20-21 luglio 2006
  • Tomaso Montanari, Per amore della verità e dell’antichità. L’attualità della lettera di Raffaello a Leone X, 22-23 febbraio 2018
    Prima parte, 22 febbraio
    Seconda parte, 23 febbraio
  • Francesco Fiorentino, Umanesimo e Rinascimento in Italia, La scuola di Pitagora, Napoli 2008
  • Luigi Firpo, Scritti sulla Riforma in Italia, introd. di Giorgio Spini, Prismi, Napoli 1996

Michelangelo vs Leonardo

Quando andò di moda (e la moda non è ancora caduta) la critica sociologica per cui tutti erano alla ricerca dei committenti (di coloro che avevano scritto i programmi per gli artisti) io, all’epoca, insegnavo e i miei studenti mi dicevano: «Vogliamo studiare per chi Raffaello, Michelangelo, Piero della Francesca, etc., abbia dipinto o scolpito quell’opera». Io ricordo che dicevo loro: «Guardate, la cosa più importante non è sapere per chi è stata fatta quell’opera, ma contro chi è stata fatta». Bene, la Sistina è stata fatta contro Leonardo. Non per una rivalità di mestiere, ma come contrapposizione di una filosofia ad una filosofia diametralmente opposta, com’era quella di Michelangelo. La sua era infatti una filosofia scettica, una filosofia per cui il miracolo si chiamava fenomeno, per cui l’analisi della natura era rivelatrice. Michelangelo non voleva penetrare nulla, voleva sorvolare, superare tutto; erano due filosofie completamente opposte. Ebbene, c’era anche un altro motivo, o meglio, altri due motivi. Uno era il fatto che Leonardo aveva abbandonato Firenze proprio per disgusto di quella filosofia neoplatonica, che era la filosofia in cui si era formato Michelangelo (bisogna tenere a mente che Leonardo aveva 23 anni più di Michelangelo); l’altro motivo lo dice il Vasari, di passaggio: «Leonardo derideva Michelangelo perché Michelangelo leggeva Dante, sapeva tutto di Dante, non faceva che citare Dante». Ora, Dante è il poeta che ha instaurato come forma tipica del pensiero religioso (e non solo religioso) del nascente Umanesimo, il concetto di “visione”. La Divina Commedia è, tutti lo sanno, una visione. Da quel momento la ricerca del valore della visione passa attraverso Petrarca, attraverso Boccaccio, attraverso l’Alberti sino a Botticelli e, da quest’ultimo, a Michelangelo

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