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Aldo Masullo - "L’idea di «tempo» alla prova del pensiero nichilista" (3/4)

Terza lezione
Napoli, 12 marzo 2008
La finzione moderna del tempo ritrovato

 

Prendendo le mosse dal celebre frammento eracliteo B91 DK, Masullo si interroga sul rapporto tra identità e fluire del tempo. Se pensata come ousia, come essere, l’essenza del tempo sembra infatti coincidere con il suo scorrere, dunque con quell’elemento che, per definizione, mette in crisi il concetto stesso di identità: il tempo non è mai ciò che è, o, in altri termini, esso è identità che nell’affermarsi si nega. Il tempo può anche essere pensato all’interno dell’indagine sulla sua qualità, sull’hèxis: la qualità del tempo è il suo continuo cambiare, e in questo è possibile individuare la sua identità. Masullo nota inoltre che, a differenza di Parmenide, Eraclito restituisce la propria analisi ontologica in termini temporali, stringendo dunque a doppio filo essere e tempo. La continuità delle figure eraclitee, quali il sole e il fiume, sta proprio nel mutamento, nel loro continuo cambiare. L’intreccio tra essere e tempo porta Masullo a chiedersi se l’essere del tempo sia un essere o un non essere, un niente nel senso del nihilum lucreziano, e se vi sia una via di fuga al fantasma del nichilismo che vede in ogni nascere un necessario e contemporaneo perire. La questione apre il bivio tra la tradizione filosofica antica occidentale e orientale: affermare che tutto ciò che è naturale è mortale apre la via della salvezza, ossia la possibilità del mondo imperituro delle idee. Eraclito non si rivolge però alla fuga verso l’idealità, ma pensa la storia come il luogo in cui del continuo nascere e perire degli esseri si tiene traccia. La complessità della proposta eraclitea sta nel suo essere una proposizione espressiva e non significante: Eraclito dà voce a un sentire, a un senso senza significato, a un sentimento non empirico né generale, ma universale. Questo è, per Masullo, il punto di contatto tra la cultura occidentale e quella orientale, e insieme l’impensato di entrambe: la dimensione di quel sentire che è alla base dell’universalità.

  • Valerio Meattini, La ricerca del fondamento nella filosofia moderna. Il mito della certezza, 24 ottobre 2005, in Certezza, scetticismo, argomentazione, 24-27 ottobre 2005
  • Theodore F. Geraets, Leggere la Logica di Hegel: microanalisi dell’inizio della dottrina dell’essenza, 8-11 gennaio 1986
  • Claudio Tuozzolo, L’ineffabile inizio della scienza dialettica dell’indeterminato in Hegel e in Bertrando Spaventa, 14-17 aprile 1998
  • Massimiliano Biscuso, Hegel e il problema dell’inizio della storia della filosofia, 7-11 settembre 1998
  • Filippo Mignini, La sostanza spinoziana come principio indeterminato, Napoli, 20-23 aprile 2009
  • Giovanni Stelli, La ricerca del fondamento: il programma filosofico dell’idealismo tedesco nello scritto di Fichte sul concetto della Dottrina della scienza, 11-15 gennaio 1993
  • Giovanni Stelli, Il fondamento perduto: alle origini dell’etica moderna, Napoli, 18-22 aprile 1995
  • Giovanni Stelli, Il relativismo contemporaneo e il problema del fondamento ultimo, 1-3 aprile 1997

Heidegger, Interpretazioni fenomenologiche di Aristotele. Indicazione della situazione ermeneutica, a cura di A. Ardovino e A.Le Moli, in FIERI, 3, 2005, pp. 175-176

La problematica della filosofia riguarda l’essere della vita fattuale. La filosofia è sotto questo aspetto ontologia di principio tale che le singole ontologie mondano-regionali determinate ricevono fondamento e senso dei loro problemi dall’ontologia della fatticità. La problematica della filosofia concerne l’essere della vita fattuale ogni volta nel «come» dell’esser-appellato e dell’esser-interpretato. Ciò vuol dire che la filosofia è, in quanto ontologia della fatticità, al tempo stesso interpretazione categoriale dell’appellare e dell’interpretare, ossia logica.
Ontologia e logica vanno riprese nell’unità originaria della problematica della fatticità e comprese come gli sbocchi di quella ricerca di principio che si lascia caratterizzare come l’ermeneutica fenomenologica della fatticità.
La ricerca filosofica deve rendere categorialmente trasparenti nella loro unità fattuale di maturazione temporale della vita, con riguardo al loro pre-possesso (in quale senso fondamentale d’essere la vita pone se stessa) e pre-concetto (in quali modalità dell’appellare e del discutere la vita fattuale parla a se stessa e con se stessa), le interpretazioni ogni volta concrete della vita fattuale, quelle della circospezione dell’aver cura e della comprensione dell’inquietudine. L’ermeneutica è fenomenologica, ciò vuol dire che il suo campo oggettuale, la vita fattuale rispetto al «come» del suo essere e parlare, è visto, tematicamente e per quanto attiene al metodo della ricerca, in quanto fenomeno. La struttura oggettuale che caratterizza un qualcosa come fenomeno, l’intenzionalità integrale (l’esser riferito a, il verso-che del riferimento in quanto tale, l’attuazione del riferirsi, la maturazione dell’attuazione nel tempo, la custodia della maturazione temporale), non è altro che quella dell’oggetto che ha il carattere d’essere della vita fattuale. L’intenzionalità, assunta semplicemente come esser-riferito a, è il primo carattere fenomenico anzitutto rilevabile della motilità fondamentale della vita, cioè dell’aver cura. La fenomenologia è ciò che già era in occasione della sua prima comparsa nelle Ricerche Logiche di Husserl, ricerca filosofica radicale stessa. Non si è colta la fenomenologia nelle sue motivazioni centrali se in essa – come in parte accade all’interno della stessa ricerca fenomenologica – si vede solo una scienza filosofica preliminare allo scopo di fornire concetti chiari e con il cui aiuto soltanto successivamente dovrà esser messa in opera qualunque autentica filosofia. Come se si potessero chiarire descrittivamente i concetti filosofici fondamentali senza l’orientamento fondamentale centrale e ogni volta di nuovo riappropriato all’oggetto della problematica filosofica stessa!
Con questo abbiamo indicato il punto di vista che le interpretazioni seguenti assumono in quanto fenomenologiche e in quanto ricerche sulla storia dell’ontologia e della logica. L’idea dell’ermeneutica fenomenologica della fatticità include in sé i compiti della dottrina formale e materiale dell’oggetto e della logica, della dottrina della scienza, della «logica della filosofia», della «logica del cuore», della «logica del destino», della logica del pensiero «preteoretico e pratico» e tutto questo non come concetto riassuntivo generale bensì in considerazione della sua capacità d’incidenza come impostazione di principio della problematica filosofica.
Ancora però non si è chiarito cosa debbano essere le ricerche storiche per una tale ermeneutica, perché proprio Aristotele sia posto a tema dell’indagine e inoltre come questa dovrà essere eseguita. Le motivazioni degli orientamenti visivi determinati (possesso visivo e traiettoria visiva) risultano dalla formulazione concreta del punto di vista. Nell’idea della fatticità risiede che ogni volta soltanto la fatticità autentica – in senso letterale: la propria – quella della propria epoca e della propria generazione sia l’oggetto genuino della ricerca. Per la sua tendenza allo scadere la vita fattuale vive per lo più nell’inautentico, cioè nel tramandato, in ciò che le viene addossato, di cui essa si appropria mediamente. Persino quanto si è originariamente costituito come possesso autentico scade nella medietà e nella dimensione pubblica, perde lo specifico senso di provenienza dalla sua situazione originaria e giunge oscillando nella consuetudine del «si». Ogni commercio e ogni circospezione della vita fattuale, non ultima la sua propria attuazione di interpretazione secondo pre-concetto e pre-possesso, sono riguardati da questo scadere. In questa motilità della fatticità sta anche, giacché essa è soltanto l’interpretazione esplicita della vita fattuale, la filosofia nel modo del suo assumere l’oggetto, dell’interrogare se stessa e dell’aver pronta e trovare risposta.
L’ermeneutica fenomenologica della fatticità si pone quindi, all’interno della sua situazione fattuale, necessariamente in una precisa interpretatività pre-data della vita fattuale che anzitutto la sostiene in se stessa e che non è mai integralmente rimovibile. Secondo quanto si è detto circa la tendenza a scadere di ogni interpretazione proprio «l’ovvio» di questa interpretatività, quanto da essa non viene discusso e non viene ritenuto bisognoso di ulteriore chiarimento, diventa ciò che mantiene, in modo inautentico e senza esplicita appropriazione delle sue origini, la capacità d’incidenza dominante nel predeterminare il problema e nell’orientare il domandare.

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