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Aldo Masullo - "La «regola aurea» fra suggestione sapienziale e critica filosofica" (3/4)

Terza lezione
Napoli, 17 gennaio 2007
I fondamentalismi e il rifiuto critico del fondamento

 

La regola aurea nella sua versione positiva lascia emergere il concetto di amore nella cultura ebraico-cristiana e quello di appartenenza a una cultura nella tradizione musulmana e del confucianesimo. Tale precetto religioso ed etico si secolarizza nel pensiero moderno: in Leibniz, il principio si traduce in un invito a porsi dal punto di vista altrui per poter giudicare equamente, traducendosi in una massima regolativa indipendente dal rapporto con il divino. Nel cuore della modernità si massimizza lo sforzo di fondare sulla ragione le condizioni di civile convivenza. Per Kant, violare la regola aurea significa inevitabilmente rivolgersi all’uomo come mezzo, sebbene tale formulazione, fondata sull’amore verso gli altri o sul principio di reciprocità, non rientra nell’ambito dei doveri verso se stesso e non può dunque essere estesa a massima universale. La fondazione della regola aurea si rivela in ultima istanza labile per Kant: utile per una morale approssimativa, essa manca del rigore necessario per diventare una massima. Inoltre, la regola aurea sorge al crocevia tra dovere morale e pensiero calcolante, non permettendo così di definire una volta per tutte se la responsabilità etica individuale debba andare verso un ordine che precede il soggetto morale o se si rivolga piuttosto a un ordine da fare. Sorprendentemente però, dall’apparente fragilità speculativa della regola aurea emerge in filigrana il limite stesso della moralità kantiana: mentre si avvia il passaggio dalla morale all’etica, essa non riesce a compierlo, perché non viene pensato adeguatamente ciò che rende possibile in ogni modo l’universalità del conoscere e dell’agire morale, che non è possibile se non sulla base della relazione.

  • Franco Chiereghin, Le aporie dell’agire e le condizioni di una vita buona, Napoli, 29 maggio – 1 giugno 1995
  • Salvatore Natoli, Forme di vita e stili di pensiero: indagini di genealogia della morale, 19-23 ottobre 1992
  • Osvaldo Guariglia, La formazione del soggetto morale e l’identità personale, 7-10 ottobre 1996
  • Antonio Gargano, Critica della ragion pratica, 11 maggio 2018
  • Antonio Gargano, Critica della ragion pratica3 ottobre 2013

Brano estratto dal dibattito del seminario di Franco Chiereghin, Le aporie dell’agire e le condizioni di una vita buona, Napoli, 31/05/1995

Domanda: Nel caso della morale si può dare una creazione delle regole? Forse in un certo senso le regole previe potrebbero essere delle indicazioni. Anche nell’arte vi è un adeguarsi alle regole, sebbene vi sia creazione.

Risposta di Franco Chiereghin: Nell’azione morale c’è una invenzione etica alla quale siamo chiamati. La vera moralità non è mai l’adeguazione a un codice di prescrizioni eseguite fino alla minuzia, ma semmai è la capacità di incarnare il valore nel fatto, quella che può essere una indicazione di massima nella concretezza dell’agire individuale. Direi che questo richiamo alla genialità morale era particolarmente evidente, se posso dire così, all’invenzione etica nell’antichità. Possiamo rifarci come esempio all’Eutifrone, che forse è il primo dialogo scritto da Platone, in cui si ricerca la definizione di ciò che è santo, e si arriva conclusivamente a dire che santa è quella azione che coopera con Dio nella realizzazione del bene. Subito dopo si osserva che questo sembra un compito impossibile, in quanto Dio è perfetto e non ha bisogno di nessun aiuto. Ecco dunque che ci si trova davanti a una aporia a cui si è chiamati a dare il proprio contributo per poterla risolvere. Da un lato, non si riconosce nessuna definizione sensata di santità, se non questo cooperare con Dio nell’attuazione del bene, e dall’altro lato bisogna riconoscere anche che Dio, se concepito correttamente, non ha bisogno di nessuna cooperazione. Allora ecco che qui c’è l’invenzione etica di Socrate che risolve l’aporia, quell’aporia che per salvare l’autosufficienza di Dio negherebbe la possibilità della santità per l’uomo o che per realizzare la santità dell’uomo nega l’autosufficienza di Dio. Socrate, con la sua vita, dimostra come è possibile una attuazione della santità, e cioè del cooperare con Dio all’attuazione del bene, senza per ciò stesso infirmare in nulla l’autosufficienza del divino. Come? Andando di uomo in uomo, dimostrando che ciascuno presume di sapere e in realtà non sa, e quindi che soltanto Dio sa. La vita di Socrate è stata questa, ed è stata in questo una vita santa, in quanto ha collaborato con Dio perché ha mostrato che la presunta sapienza degli uomini è in realtà, al fondo, ignoranza. Ma al tempo stesso ha mantenuto intatta l’autosufficienza di Dio perché fare questo significa mostrare che solo Dio sa, mentre l’uomo al massimo sa di non sapere. Ecco il tipo di invenzione etica a cui noi siamo chiamati e che esemplarmente si trova raffigurata nella vita di Socrate. Quindi sono d’accordo con Lei, anche in campo etico e non soltanto nel campo dell’arte, vi è la straordinaria capacità di inventare l’azione etica. Così come altrettanto sono d’accordo con Lei sul fatto che nell’arte vi siano molte regole prefissate, ma credo che Lei sia d’accordo con me sul fatto che non sono tali regole a definire l’essenza.

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